Un acceso dibattito parlamentare ha caratterizzato il question time sulla recente estensione della copia privata ai servizi di archiviazione nel cloud. L'onorevole Pastorella del movimento Azione ha messo in discussione il decreto ministeriale del 23 febbraio 2026, firmato senza modifiche rispetto alla bozza iniziale sottoposta a consultazione pubblica. Il parlamentare ha evidenziato come la misura rischi di gravare doppiamente sugli utenti italiani, che si troverebbero a pagare compensi sia sui dispositivi di accesso sia sulla memoria virtuale.
Secondo l'interrogazione, il provvedimento non poggia su fondamenta economiche solide e ignora un dato di fatto: nell'era dello streaming, la copia personale rappresenta un'eccezione, non la regola. Pastorella ha criticato inoltre la totale mancanza di considerazione per le osservazioni ricevute durante la fase di consultazione, trasformando il coinvolgimento del pubblico in una semplice formalità.
La difesa del Ministero della Cultura è stata affidata al sottosegretario Gianmarco Mazzi. Secondo quanto riferito dall'esponente governativo, il decreto non rappresenta un'innovazione bensì l'applicazione di una sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 2022, che equipara il salvataggio di contenuti protetti sul cloud alla riproduzione su supporti fisici. Mazzi ha sostenuto che le aliquote italiane restano inferiori alla media europea e che il solo aggiornamento applicato corrisponde all'inflazione Istat, senza incrementi aggiuntivi.
Il sottosegretario ha inoltre precisato che i costi non colpiscono direttamente i consumatori finali bensì i produttori e gli importatori di dispositivi, presentando il provvedimento come un compromesso necessario tra la tutela della proprietà intellettuale e gli interessi dei colossi tecnologici globali. Tuttavia, nella controreplica, Pastorella ha rigettato queste giustificazioni, ribadendo che in concreto il peso economico ricade comunque sulle tasche degli italiani.
Intanto, le associazioni rappresentanti produttori di dispositivi, gestori di piattaforme di archiviazione e importatori manifestano sempre maggiore insofferenza. Le categorie industriali stanno valutando seriamente l'opzione di ricorrere in sede giudiziale, contestando sia il merito della norma che il procedimento con cui è stata adottata. La questione continua a dividere il panorama politico e istituzionale italiano, con forti implicazioni per consumatori e settore tecnologico.