Un'incrinatura difficile da ricucire si è creata tra la Casa Bianca e il Vaticano, e secondo gli esperti di geopolitica religiosa statunitense, questa rottura espone contraddizioni profonde all'interno dello schieramento conservatore americano. Massimo Faggioli, studioso di storia ecclesiastica presso il Trinity College di Dublino, descrive il recente attacco di Donald Trump al Pontefice come un gesto di frustrazione destinato a cambiare gli equilibri della destra Usa, proprio quando sembrava più compatta che mai.
La crisi tra i due leader non è nata all'improvviso, ma rappresenta l'apice di una progressiva divergenza iniziata già a gennaio. Il Papa ha utilizzato discorsi pubblici davanti ai nunzi vaticani per denunciare l'entusiasmo con cui le potenze mondiali si buttano nelle guerre, con chiare allusioni ai piani militari statunitensi. Successivamente, il Pontefice ha affrontato il tema della pace con linguaggio ancora più diretto, invitando i leader a non riunirsi attorno a tavoli dove si progetta la morte. Questi interventi hanno creato una linea di demarcazione netta tra l'agenda bellicista dell'amministrazione Trump e la visione di un cattolicesimo orientato alla diplomazia.
Ciò che ha fatto esplodere il conflitto, secondo l'analista, è stata un'intervista televisiva andata in onda a tre cardinali americani—Tobin, McElroy e Cupich—che criticamente affrontavano la traiettoria politica di Trump. Trasmessa dalla celebre trasmissione "60 Minutes", il programma ha raggiunto direttamente il presidente, il quale ha scelto di replicare non ai tre prelati, bensì al Pontefice stesso, alzando di fatto il livello dello scontro e rendendo impossibile ai vescovi cattolici americani far finta di niente.
La vera novità, evidenzia Faggioli, è che questa rottura smaschere il collasso dell'alleanza tra due fronti della destra statunitense che fino a poco tempo fa riuscivano a convivere. Da un lato la destra religiosa tradizionale, eredità dei neoconservatori, dall'altro la tecnodestra rappresentata da personaggi come Peter Thiel ed Elon Musk, che forniscono il supporto tecnologico e algoritmico alle strategie militari americane. Il cattolicesimo era stato il cemento che teneva insieme questi mondi diversi, ma ora quella funzione si è annullata. Trump si è schierato decisamente con i magnati dell'intelligenza artificiale e con l'agenda bellicista globale—dalla Groenlandia al Venezuela, dal Medio Oriente all'Iran—alienandosi proprio quei conservatori cattolici che avevano creduto nel movimento trumpista come garante dei loro valori.
Per Faggioli, il quadro è destinato a complicarsi ulteriormente nelle prossime settimane, poiché l'opinione pubblica americana inizia a rivolgere l'attenzione alle elezioni di midterm e ai dilemmi strategici che ne conseguiranno. Il Papa, con la sua profonda conoscenza della politica statunitense maturata nel corso dei decenni, ha scelto di rimanere equidistante da entrambi i poli conservatori, rifiutando tanto la versione tecno-autoritaria quanto quella integralista neo-medievale. In questo modo, conclude l'analista, è proprio il trumpismo a risultare sacrificato dalla dinamica.