Bruxelles procede spedita verso l'implementazione provvisoria del trattato di libero scambio tra l'Unione europea e il Mercosur, il blocco commerciale composto da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Una mossa della presidente von der Leyen che non aspetta il pronunciamento della Corte di giustizia europea, attualmente impegnata a valutare i fondamenti legali dell'accordo dopo le pressioni del Parlamento europeo. L'intesa rappresenterebbe, secondo l'esecutivo comunitario, uno dei principali patti commerciali del ventunesimo secolo, creando una zona di scambio che coinvolgerebbe quasi 720 milioni di consumatori e abbattendo le barriere doganali tra le sponde dell'Atlantico.
Non tutti, però, vedono questa apertura con entusiasmo. La Francia guida il fronte dei paesi scettici, affiancata da Austria, Irlanda, Ungheria e Polonia, principalmente sotto le pressioni degli agricoltori locali che temono una concorrenza sproporzionata dai produttori sudamericani. Ma il dibattito non si esaurisce negli uffici delle istituzioni europee: organizzazioni ambientaliste, sindacati e movimenti per i diritti civili hanno già sollevato dubbi ben più radicali sulla sostenibilità complessiva dell'accordo.
Secondo Monica di Sisto, responsabile dell'Osservatorio italiano su Clima e commercio presso Fairwatch, questo genere di intese commerciali innesca conseguenze di lungo termine che potrebbero risultare devastanti. Le preoccupazioni toccano diversi aspetti: dall'uso indiscriminato di sostanze farmacologiche negli allevamenti intensivi sudamericani fino alla circolazione più libera di pesticidi e agenti chimici pericolosi nei mercati europei. Il cortocircuito principale riguarda l'assenza di standard armonizzati tra le due sponde, che comporterebbe l'entrata di prodotti agricoli coltivati con metodologie che in Europa sarebbero vietate.
Il nodo centrale rimane quello della prioritizzazione: per le istituzioni comunitarie prevale la logica commerciale, ma per chi difende l'ambiente e la salute pubblica, il valore economico non dovrebbe prevalere sulla tutela ecosistemica. Il timore è che l'apertura dei mercati diventi un'occasione per aggirare i vincoli ambientali europei attraverso l'importazione di beni prodotti con norme meno stringenti, scaricando così i costi ecologici e sanitari sulle generazioni future, mentre i guadagni commerciali si distribuiscono tra le corporation oggi.