Nel piccolo comune di Furci, in provincia di Chieti, accadde un episodio straordinario di resistenza sanitaria che rimase a lungo ignorato dalla storiografia ufficiale. Mentre la capitale romana veniva scossa dall'invenzione del fictizio Morbo di K—malattia inesistente creata dal professor Giovanni Borromeo del Fatebenefratelli per sottrarre gli ebrei alle retate naziste—in Abruzzo si compiva un gesto analogo e altrettanto coraggioso.
Il protagonista di questa vicenda è il dottor Ettore Ciancaglini, medico condotto locale, che si trovò di fronte a una scelta drammatica: collaborare con l'occupante o rischiare la propria vita. Quando i soldati della Wehrmacht cercavano un tenente dell'esercito italiano da fucilare, Ciancaglini agì rapidamente, formulando una diagnosi che avrebbe potuto costituire una sentenza di morte per il paziente in condizioni normali: una tubercolosi polmonare.
La genialità dell'inganno risiedeva nella sua semplicità letale. I militari tedeschi, terrorizzati dal contagio, non osarono avvicinarsi al presunto malato né tantomeno portare a termine l'esecuzione. La finta malattia infettiva funzionò da scudo umano, creando una zona di protezione invisibile intorno all'ufficiale grazie al panico epidemiologico che caratterizzava il periodo bellico.
Questo episodio testimonia come, durante l'occupazione nazista, non solo i grandi ospedali delle metropoli storiche, ma anche i medici delle comunità rurali esercitarono una resistenza silenziosa e ingegnosa. La medicina divenne strumento di salvezza quando altri canali di protezione erano ormai chiusi, affidandosi al potere persuasivo della paura e alla competenza professionale di uomini che scelsero l'umanità rispetto all'obbedienza.