L'indagine sui cosiddetti «cecchini del weekend» durante l'assedio di Sarajevo (1992-1995) compie un nuovo e inquietante passo avanti. La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola con il pm Alessandro Gobbis, ha allargato il cerchio degli indagati portandoli a tre. Come confermato da Repubblica e dal Giorno, tra i nuovi nominativi figurano un affermato imprenditore della Lombardia e un esponente legato ad ambienti di estrema destra, entrambi accusati di omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti.

Al centro dell'inchiesta emerge il profilo di un facoltoso manager lombardo, uomo di elevato tenore di vita che negli anni Novanta avrebbe deliberatamente investito ingenti risorse per assicurarsi accesso alle alture circostanti la capitale bosniaca. Secondo le ipotesi investigative, quest'individuo rientrasse nel gruppo dei cosiddetti «ricchi annoiati» disposti a versare somme significative pur di mirare verso civili indifesi – donne e bambini – che si muovevano nelle strade sotto assedio. Gli elementi probatori sarebbero emersi dalle confidenze dello stesso uomo: una conoscenza avrebbe riferito agli inquirenti come l'imprenditore si compiacesse apertamente dei suoi «viaggi», descrivendoli come esperienze adrenalinica finalizzate a «provare l'emozione di uccidere».

L'indagine, nata da una segnalazione dello scrittore Ezio Gavazzeni e coadiuvata dai legali Nicola Brigida e Guido Salvini, sta ricomponendo una rete operativa sofisticata con diramazioni fra Milano e Trieste. Gli spostamenti erano organizzati nel fine settimana, con partenze dal venerdì da strutture periferiche del capoluogo lombardo, avvalendosi della copertura fornita da una società di sicurezza privata. All'interno di questo ecosistema criminale, i tiratori venivano denominati in codice «arcieri», mentre la popolazione di Sarajevo era ridotta a semplici «prede» da abbattere in cambio di compensi economici, con tariffe che lievitavano qualora l'obiettivo fosse un minore o un combattente bosniaco.

L'inchiesta prosegue dunque nel suo lavoro di ricostruzione di uno dei capitoli più bui della guerra balcanica. A differenza dei combattenti ufficiali, questi individui operavano mossi unicamente da incentivi economici e dall'adrenalina della violenza, trasformando l'orrore della guerra in una macabra forma di turismo della morte. La loro identificazione rappresenta un passo significativo verso la giustizia per le vittime civili dell'assedio, molte delle quali rimaste senza volto e senza nome nei rapporti ufficiali.