Un interrogativo inquietante circola sui social network in questi giorni e porta alla ribalta una questione cruciale per la credibilità delle istituzioni: il significato stesso del processo penale. Tutto nasce da una dichiarazione attribuita al magistrato Henry John Woodcock, il quale avrebbe affermato che il processo servirebbe a provare non la responsabilità dell'imputato bensì la sua innocenza. Una frase che ha sollevato dubbi comprensibili tra i cittadini sulla corretta applicazione dei principi costituzionali.
La risposta di Vittorio Feltri alle perplessità sollevate è netta e categorica: chi sostiene questa interpretazione commette un errore grave. Secondo la Costituzione italiana e secondo i pilastri della civiltà giuridica occidentale, spetta allo Stato dimostrare la colpevolezza, non al contrario. L'imputato non deve provare nulla: è presunto innocente fino a condanna definitiva. L'onere della prova ricade sul pubblico ministero, che deve costruire le sue accuse al di là di ogni ragionevole dubbio. Invertire questo meccanismo significa trasformare il processo da strumento di tutela a strumento di sospetto.
Questo capovolgimento logico ricorda più i sistemi totalitari che le democrazie liberali. Quando l'imputato deve dimostrare di non essere colpevole, anziché l'accusa provare che lo è, il sistema perde la sua funzione protettiva e diventa inquisitorio. È esattamente l'opposto di ciò che una giurisdizione moderna dovrebbe garantire ai cittadini: protezione dalle accuse infandate e garanzia del diritto alla difesa.
Non è la prima volta che si sente parlare in questi termini. Anni fa il magistrato Piercamillo Davigo pronunciò una frase diventata celebre: "non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti". Una dichiarazione che, al di là delle intenzioni di chi l'ha formulata, fotografa una mentalità preoccupante diffusa in certi ambienti della magistratura. Una mentalità che vede il cittadino non come un innocente da proteggere, ma come un sospetto da smascherare. È proprio questa prospettiva che alimenta la sfiducia dei cittadini verso la giustizia italiana.
Quando simili affermazioni provengono da chi ricopre ruoli istituzionali delicati, il messaggio che passa è chiaro: il sistema giuridico non è più concepito come garanzia di libertà, ma come macchina per la ricerca della colpevolezza. Questa deriva culturale rappresenta una minaccia seria per lo Stato di diritto e spiega perché tanti italiani guarder al processo penale con timore piuttosto che con fiducia nella giustizia.