Il ministero della Difesa chiarisce le ragioni del rientro di circa settanta militari italiani dalla base di Erbil, nel Kurdistan iracheno, colpita da un attacco con drone lo scorso 11 marzo. In quella occasione, un'azione attribuita a milizie filoiraniane provocò la morte di un soldato francese e riaccese l'allarme sulla sicurezza delle forze internazionali schierate nella regione. Attraverso il Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, consigliere del ministro della Difesa, l'esecutivo respinge fermamente l'interpretazione che parla di una ritirata.

«Non voglio che si intenda che i nostri militari scappano o abbandonano il territorio per paura» ha sottolineato Paglia in un'intervista esclusiva. «Il rientro di una parte del personale avviene perché sono venute meno le condizioni necessarie per operare in sicurezza durante le fasi di addestramento con i peshmerga curdi. Si tratta di una rimodulazione operativa, non di un arretramento strategico».

Secondo le dichiarazioni del consigliere ministeriale, la decisione emerge da una valutazione ristretta a fattori tecnici e di protezione del personale, come accade ordinariamente quando le Forze Armate operano in teatri complessi e soggetti a rapidi cambiamenti. «Quando la situazione sul terreno si evolve, è obbligatorio adeguare la presenza e le attività per salvaguardare i nostri uomini e donne e per mantenere l'efficacia della missione» ha precisato Paglia.

La versione ufficiale del ministero nega categoricamente un ritiro totale dalla zona. Una quota significativa del contingente rimane schierata e prosegue nello svolgimento delle proprie attività con dedizione e competenza, ha assicurato Paglia, sottolineando la professionalità storica delle Forze Armate italiane. I soldati rimasti sul posto dispongono dell'addestramento e della preparazione necessari per affrontare situazioni critiche.

In conclusione, il messaggio del ministero è univoco: il trasferimento di parte del contingente non rappresenta una sconfitta diplomatica o una resa dinanzi alle minacce, bensì un aggiustamento tattico dovuto alle mutevoli condizioni di sicurezza e alla fase specifica in cui si trova la missione in Iraq. L'Italia mantiene il suo impegno nella regione, ma lo ridefinisce sulla base delle esigenze concrete del momento.