Un'operazione di sicurezza su larga scala ha interessato l'Iran negli ultimi giorni, con la polizia che ha condotto arresti massicci contro chi è ritenuto sostenitore di Reza Pahlavi, l'erede della dinastia regnante deposta dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Secondo quanto comunicato dall'agenzia di stampa iraniana Fars, il bilancio complessivo ammonterebbe a cinquantaquattro persone catturate nell'arco di settantadue ore.
Le accuse mosse dalle autorità della Repubblica islamica sono particolarmente gravi: i fermati sarebbero stati coinvolti in attività di pianificazione di disordini e destabilizzazione interna. Pahlavi, figlio dell'ultimo scià Mohammad Reza, si trova attualmente negli Stati Uniti dove vive in esilio e rappresenta un simbolo per coloro che si oppongono all'attuale governo di Teheran. La notizia del suo coinvolgimento nella vicenda riporta alla luce le profonde fratture politiche che dividono l'Iran dal 1979.
Drama ulteriore emerge dal rapporto dell'agenzia ufficiale: undici dei fermati verrebbero descritti come "neutralizzati", linguaggio che le fonti interpretano come riferito ad uccisioni. Questi sarebbero stati identificati come membri della "fazione monarchica", secondo la terminologia utilizzata dalla polizia iraniana.
L'operazione non si limita a questo: le stesse autorità hanno reso noto l'arresto di altre due persone con accuse ancora più serie, ovvero quella di spionaggio ai danni dell'Iran per conto di Israele e Stati Uniti. I due sarebbero stati colti mentre fotografavano infrastrutture e siti considerati strategici dal governo di Teheran. Tale comunicazione riflette le tensioni geopolitiche che caratterizzano il Medio Oriente, dove l'Iran rimane in conflitto con Washington e Tel Aviv.