Un giudice ha dato torto al Ministero dell'Interno nella vicenda della nave Sea Eye 5. Il Tribunale civile di Ragusa ha stabilito che il sequestro della imbarcazione, effettuato nel porto di Pozzallo a giugno 2025, non aveva fondamento legale. Accogliendo il ricorso presentato dall'organizzazione umanitaria tedesca Sea-Eye, i magistrati hanno annullato sia il sequestro che la multa comminata dalla prefettura locale. Come conseguenza, il dicastero guidato da Matteo Piantedosi dovrà versare le spese processuali sostenute dall'ONG.
Tutto ebbe inizio il 14 giugno dello scorso anno, quando l'equipaggio della Sea Eye 5 avvistò un gommone in difficoltà nelle acque libiche con 65 persone a bordo in pericolo. Scattò immediatamente la macchina dei soccorsi: i marinai contattarono i centri di coordinamento competenti in Libia, Germania (bandiera della nave) e Italia. Mentre la Libia non rispose, l'ente italiano assunse la direzione dell'operazione e indicò il porto di Taranto come destinazione dello sbarco, distante però quasi 400 miglia nautiche dalla posizione della nave.
La situazione a bordo però era drammatica. Diversi migranti soffrivano di ustioni gravi, disidratazione, ipotermia e complicazioni respiratorie dovute all'inalazione di benzina. Il comandante dovette richiedere due evacuazioni mediche d'emergenza con l'intervento della Guardia costiera italiana. Inoltre, le scorte d'acqua non sarebbero bastate per arrivare a Taranto. Per questo chiese l'assegnazione di uno porto più vicino. Le autorità italiane proposero allora uno sbarco parziale a Pozzallo, ma il comandante rifiutò: spiegò di non avere i criteri né l'autorità per decidere chi scendere e chi rimanere a bordo. Roma alla fine autorizzò lo sbarco completo a Pozzallo.
Fu proprio dopo questo sbarco che scattò il sequestro della nave e la sanzione amministrativa. Eppure la corte ha visto le cose diversamente. I giudici hanno riconosciuto che il comandante non ha mai disobbedito alle autorità italiane: ha mantenuto il dialogo costante, rappresentato fedelmente lo stato critico della situazione e agito secondo le procedure internazionali di soccorso marittimo. In altre parole, ha fatto il suo dovere. Il provvedimento punitivo nei confronti della Sea Eye 5, secondo i magistrati, risulta quindi completamente ingiustificato e va annullato.
La sentenza segna una battuta d'arresto nella politica sulle navi delle ONG perseguita negli ultimi anni dai decreti sicurezza. La decisione potrebbe aprire la strada ad altri ricorsi simili e riapre il dibattito sull'equilibrio tra esigenze di controllo delle frontiere e obblighi umanitari nel soccorso in mare.