Rosy Bindi, storica figura della sinistra italiana e già presidente della Commissione Antimafia, ha sollevato forti dubbi sulla reale struttura di potere all'interno del ministero della Giustizia. Ospite della trasmissione Tagadà su La7, l'ex ministra ha messo in discussione la permanenza di Giusi Bartolozzi nel ruolo di capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, descrivendola come una situazione «inquietante» e priva di precedenti nel panorama amministrativo italiano.
Bartolozzi, nominata alla guida dello staff del ministro, si trova attualmente al centro di una bufera istituzionale su più fronti. Da un lato, è indagata dalla magistratura per false dichiarazioni rese al pubblico ministero nell'ambito della vicenda che coinvolge il caso Almasri. Dall'altro, ha recentemente pronunciato frasi critiche nei confronti della magistratura che hanno suscitato reazioni negative e alimentato il dibattito sulla riforma della giustizia che il governo sta promuovendo. Nonostante questi elementi, Bartolozzi mantiene saldamente la sua posizione, con il supporto esplicito del ministro Nordio.
Secondo Bindi, il quadro rivela una dinamica di potere poco trasparente: «Ritengo che Bartolozzi non disponga di minor influenza rispetto allo stesso ministro Nordio», ha dichiarato. L'ex ministra ha inoltre sottolineato come un capo di gabinetto in queste circostanze dovrebbe dimettersi secondo le consuetudini amministrative consolidate, aggiungendo che durante il suo mandato ministeriale avrebbe cambiato il proprio staff per molto meno. Questo dato è significativo, poiché testimonia come il caso sia anomalo rispetto agli standard comportamentali precedenti.
Bindi ha poi collegato la questione al più ampio progetto di riforma della giustizia in corso. Ha fatto riferimento a un disegno di legge presentato da Bartolozzi quando era deputata di Forza Italia, che mirava all'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale. Secondo l'analisi dell'ex presidente dell'Antimafia, questa riforma, accoppiata alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, rischierebbe di creare uno squilibrio pericoloso: il Parlamento potrebbe di fatto scegliere su quali reati investigare, escludendo selettivamente alcuni soggetti dall'azione giudiziaria.
L'ex ministra ha anche denunciato il comportamento istituzionale di Bartolozzi durante una fase sensibile per il sistema giudiziario: «Un capo di gabinetto che si consente di condurre attività di promozione politica in questa modalità tradisce i propri doveri istituzionali», ha precisato. Bindi ha infine lanciato un interrogativo che va oltre la vicenda specifica: «Dobbiamo chiederci dove risieda il vero potere». La conclusione è che la capo di gabinetto potrebbe disporre di informazioni rilevanti sul funzionamento del ministero che lo stesso ministro ignora, un'ipotesi che solleva questioni significative sulla catena di responsabilità e sulla trasparenza amministrativa.