La situazione nel Golfo Persico si complica giorno dopo giorno. Dopo il terzo bombardamento in pochi giorni sulla base aerea turca di Incirlik, la domanda che rimbalza nei corridoi della Nato è una sola: fino a quando Ankara sopporterà? Secondo Alessandro Minuto Rizzo, presidente della Fondazione del Nato Defense College e già vice segretario generale dell'Alleanza dal 2001 al 2007, siamo a un punto critico dove le scelte diplomatiche di Ankara determineranno il prossimo capitolo di questa crisi. Se gli iraniani continueranno a colpire, la Turchia potrebbe invocare l'articolo 4 del trattato Nato, quello che prevede consultazioni urgenti tra alleati in caso di minacce alla sicurezza di uno Stato membro. Un precedente simile risale ai tempi di Saddam Hussein, quando il rischio di missili iracheni spingeva Ankara a chiedere lo stesso tipo di intervento collettivo.

Ma c'è un dettaglio inquietante che emerge dall'analisi della situazione: gli iraniani non stanno sparando secondo un piano preciso. Come sottolinea Minuto Rizzo, i comandi locali operano in quasi totale autonomia, scegliendo dove colpire in base alle loro valutazioni tattiche immediate. Questo suggerisce l'assenza di una regia centrale, di una vera strategia coordinata da Teheran. È un segnale di fragilità delle strutture decisionali iraniane, non di forza. Lo dimostrano anche le scuse formali che il premier iraniano aveva rivolto ai Paesi colpiti solo alcuni giorni fa, mentre contemporaneamente le unità sul terreno continuavano tranquillamente a lanciare missili. Due messaggi incompatibili che non potrebbero coesistere se ci fosse davvero una leadership unificata.

L'attacco alla base italiana di Erbil si inserisce esattamente in questo quadro di confusione. Il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva parlato di un bombardamento che sembrava intenzionale, ma Minuto Rizzo invita alla cautela. La realtà potrebbe essere più sfumata: probabilmente non si tratta di un ordine preciso dall'alto per colpire gli italiani, bensì della conseguenza di quel caos organizzativo che permea l'apparato militare iraniano. Le basi Nato nella regione rimangono comunque nel mirino, non perché designate singolarmente, ma perché rappresentano bersagli facili e visibili.

Ciò che rende ancora più complessa la situazione è il coinvolgimento simultaneo di molteplici attori: il G7, i Paesi arabi, le capacità militari europee e, naturalmente, l'Italia. Ognuno ha interessi diversi, ognuno teme escalation incontrollate. La fragilità della catena di comando iraniana potrebbe paradossalmente rappresentare un rischio maggiore rispetto a un'Iran più monolitico: quando non c'è vertice che decide, quando ogni comandante locale può interpretare gli ordini a modo suo, i conflitti tendono a sfuggire dalle mani di chi dovrebbe controllarli. La possibilità di un'escalation involontaria, di attacchi che nessuno ha veramente ordinato ma che comunque accadono, diventa concreta e inquietante.