Donald Trump ha voluto tranquillizzare gli americani preoccupati per il costo della benzina, che nelle ultime settimane ha registrato aumenti significativi a causa dell'escalation nel Golfo Persico. In un'intervista rilasciata a NBC, l'ex inquilino della Casa Bianca ha dichiarato di non nutrire alcuna apprensione per il fenomeno, confidando che i prezzi scenderanno rapidamente una volta cessato il conflitto con l'Iran. "Durante la mia amministrazione avevo raggiunto i minimi storici", ha sottolineato Trump, rimarcando come gli attuali aumenti siano solo temporanei.

I numeri della crisi energetica sono tutt'altro che rassicuranti. Il primo marzo, giorno seguente all'inizio delle operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele contro Teheran, il costo medio della benzina negli Usa era pari a 2,94 dollari al gallone. Soli tre giorni dopo, sabato, la quotazione media aveva raggiunto i 3,66 dollari, segnando un incremento di quasi il 25%. Secondo Trump, la situazione dipende da un temporaneo intasamento della distribuzione: "Esiste una quantità impressionante di petrolio e gas a disposizione, ma i flussi sono leggermente bloccati. Molto presto la situazione si normalizzerà", ha affermato il tycoon newyorkese.

Sulla possibilità che la volatilità dei carburanti possa incidere sugli imminenti ballottaggi di midterm, Trump ha risposto con sicurezza: non rappresenta una preoccupazione concreta. Ha invece ribadito il suo vero obiettivo geopolitico, ovvero impedire che l'Iran ritrovi spazi d'influenza in Medio Oriente. Una posizione che rivela come per l'ex presidente le questioni energetiche rimangono subordinate agli imperativi di politica estera.

Ma mentre Trump parla di costi transitori, le compagnie petrolifere statunitensi stanno festeggiando. Secondo le valutazioni della banca d'investimento Jefferies riportate dal Financial Times, se il greggio dovesse mantenersi attorno ai 100 dollari al barile per tutto l'anno in corso, i colossi energetici Usa incasserebbero guadagni eccezionali superiori a 63 miliardi entro il 2026. Nel solo mese di marzo, le proiezioni indicano flussi di cassa supplementari pari a 5 miliardi di dollari, considerando il rialzo del 47% registrato dal petrolio dal 28 febbraio, data d'inizio della crisi.

Il paradosso è evidente: mentre i consumatori americani pagano la benzina a prezzi mai visti in anni, i principali produttori energetici nazionali vivono un momento di straordinaria prosperità. Una dinamica che solleva interrogativi sulla distribuzione dei benefici e dei costi di una geopolitica energetica sempre più volatile e legata ai conflitti internazionali.