La guerra tra Iran e l'asse Israele-Stati Uniti sta rivelando tutte le sue imprevedibilità. Contrariamente ai proclami della Casa Bianca su una rapida conclusione del conflitto, i dirigenti iraniani spingono consapevolmente verso un prolungamento dello scontro. Questa strategia trova terreno fertile nella crescente volatilità dell'opinione pubblica americana e nella possibile defezione degli alleati storici di Washington. Il blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta l'arma più potente di Teheran: paralizza non solo le esportazioni petrolifere iraniane, ma compromette anche i rifornimenti dei Paesi del Golfo, con soltanto una frazione dei giacimenti sauditi che riesce a raggiungere i mercati mondiali attraverso rotte alternative.
Al centro della questione emerge un disequilibrio tattico fondamentale. Le riserve di missili e droni iraniani si scontrano con gli stock antimissili americani, ma con un vantaggio significativo per l'attaccante. Abbattere un missile o un drone costa in media molto più della sua produzione, e la fabbricazione può avvenire in tempi notevolmente inferiori rispetto alla realizzazione dei sistemi di difesa. Questo divario si amplia ulteriormente con il protrarsi delle operazioni, come dimostrano chiaramente i conflitti in corso in Ucraina. La dissimmetria tra attacco e difesa consente così al contendente più debole di esercitare una pressione crescente su quello più forte.
Washington affronta dunque una situazione critica su due fronti. Da un lato deve risolvere il problema strategico della superiorità aerea e missilistica iraniana. Dall'altro deve contenere l'impennata dei costi energetici globali causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto dei flussi petroliferi mondiali. Per fronteggiare la minaccia dei droni kamikaze leggeri, il Pentagono ha compiuto una mossa fino a poco tempo fa ritenuta impensabile: rivolgersi direttamente all'expertise ucraina nella difesa anti-drone. Questi piccoli veicoli, dotati di testate tra i 20 e i 30 chilogrammi e fabbricabili in officine improvvisate, rappresentano un'arma particolarmente efficace contro obiettivi non sotterrati e in generale raggiungibili entro un raggio di alcune centinaia di metri.
Su questo sfondo geopolitico complesso, Russia e Cina mantengono una linea equidistante. Entrambe sostengono formalmente l'Iran ma senza assumersi rischi diretti, calcolando attentamente il ritorno energetico e gli interessi regionali in gioco. Mosca e Pechino osservano gli sviluppi con opportunismo strategico, alla ricerca di vantaggi senza compromettere la propria posizione internazionale. Il loro posizionamento ambiguo riflette la natura del conflitto contemporaneo: uno scontro dove la lunghezza della guerra conta quanto la potenza dei sistemi d'arma, e dove le alleanze si costruiscono più sulla convenienza che sulla solidarietà.