Il dissenso iraniano suona un campanello d'allarme dalla prospettiva di chi ha passato anni a lottare dal interno contro il regime degli ayatollah. Taghi Rahmani, figura di spicco dell'opposizione interna e noto come uno dei giornalisti più frequentemente imprigionati in Iran secondo l'organizzazione Reporters Without Borders, ha rilasciato a Open una valutazione pessimista sui risultati raggiunti sinora dalle operazioni militari statunitensi e israeliane. A suo giudizio, il sistema teocratico iraniano non è destinato a crollare a causa di questi interventi, pur riconoscendo l'intensità dei bombardamenti contro le infrastrutture strategiche del Paese.
Secondo Rahmani, gli ultimi due decenni e mezzo hanno visto la società civile iraniana mobilitarsi costantemente per il cambiamento democratico, ma questa lunga battaglia rischia ora di essere vanificata dalle conseguenze dell'escalation militare regionale. "Trump e Netanyahu hanno neutralizzato venticinque anni di sforzi della mobilitazione popolare", dichiara l'attivista, evidenziando come la guerra finisce per beneficiare soprattutto le fazioni più intransigenti all'interno dell'establishment iraniano. L'intellettuale sottolinea che il conflitto è innanzitutto uno scontro tra Israele e l'Iran, con gli Stati Uniti in supporto, e che l'obiettivo di Gerusalemme sembra essere la destabilizzazione della regione piuttosto che il cambiamento di regime.
Una prova concreta di questo fenomeno sarebbe la recente designazione di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema Ali Khamenei ucciso in un raid alla fine di febbraio, come nuovo leader supremo della nazione. Rahmani osserva che una transizione di potere di questo tipo, che consolida ulteriormente il controllo della famiglia Khamenei, difficilmente avrebbe potuto realizzarsi senza il quadro di guerra e emergenza nazionale che caratterizza l'Iran in questi mesi. La mossa rappresenta un consolidamento delle posizioni più dure del regime, esattamente l'opposto di ciò che gli attacchi esterni teoricamente miravano a ottenere.
L'intellettuale disegna un quadro complesso della situazione interna iraniana, dove l'opposizione politica domestica rimane frammentata e debole, mentre i gruppi di dissidenti all'estero, inclusi quelli legati alla figura di Reza Pahlavi, spesso mancano di una comprensione profonda della realtà sociale contemporanea del Paese. Nel mezzo di questa dinamica, sono gli abitanti comuni a pagare il prezzo più alto, con le proteste represse violentemente dalle forze di sicurezza regime.
Rahmani parla da una posizione di grande sofferenza personale: sua moglie è Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace, attualmente rinchiusa nel carcere di Zanjan. Dopo un lungo periodo senza contatti, l'attivista ha finalmente ricevuto notizie sulle sue condizioni di detenzione. La sua testimonianza riflette dunque non solo un'analisi lucida della geopolitica regionale, ma anche lo sguardo di chi vive quotidianamente le conseguenze della repressione e del conflitto che devasta il suo Paese.