La guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riacceso i riflettori su una regione dove Washington fatica a orientarsi secondo paradigmi ormai obsoleti. Mohamed Soliman, esperto di tecnologia e geopolitica presso il Middle East Institute, sostiene che il vero problema della politica estera americana non sia tanto nella tattica operativa quanto nel modo stesso di concepire lo spazio geografico e strategico mediorientale. Nel suo libro appena pubblicato, "West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East", l'ingegnere di formazione – oggi direttore di McLarty Associates e commentatore per testate internazionali come Financial Times e Foreign Affairs – sfida il linguaggio consolidato della diplomazia occidentale.
L'argomento centrale di Soliman è semplice ma radicale: la denominazione "Medio Oriente" incatena la strategia americana a una visione eredità dall'epoca coloniale e dalla geopolitica petrolifera del secolo scorso. Mentre il baricentro del potere globale si sposta verso l'Indo-Pacifico e le reti di collegamento eurasiatiche si intensificano, Washington continua a pensare questa regione in isolamento. Soliman propone di sostituire quel concetto anacronistico con "West Asia", un termine che riflette come i Paesi dell'Indo-Pacifico già chiamati dal presidente Trump a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz – ora minacciato dal conflitto con l'Iran – descrivono naturalmente questa zona del globo.
La proposta non è un mero esercizio di semantica. Rietichettare il territorio comporterebbe riconcettualizzare lo spazio tra il Mediterraneo e l'Oceano Indiano come fulcro geopolitico del nuovo secolo, anziché come appendice periferica dell'interesse americano. Per l'Italia, che costruisce la propria proiezione internazionale attorno all'asse indo-mediterraneo, questa prospettiva offre spunti affascinanti per il posizionamento europeo.
Il timing della pubblicazione risulta cruciale. Negli ultimi vent'anni Washington aveva ridotto progressivamente la propria impronta militare diretta nel Medio Oriente, spostando risorse verso la competizione con Pechino. Il ritorno recente alle operazioni belliche contro l'Iran ha però dimostrato che il disimpegno rimane incompiuto. Soliman argomenta che gli Usa non debbano interpretare questa ricalibrazione come un semplice ritiro, bensì come una trasformazione del loro ruolo: da protagonista diretto a "offshore balancer", ovvero come garante di equilibri attraverso alleanze, reti di collegamento infrastrutturale e innovazione tecnologica piuttosto che mediante spiegamenti militari massicci.
Questa visione tocca un nervo scoperto della geopolitica contemporanea. In un momento di competizione crescente tra grandi potenze e di instabilità regionale acuta, il framework proposto invita Washington a immaginare coalizioni flessibili, investimenti in connettività e primato tecnologico come strumenti più efficaci dell'interventismo tradizionale. L'intuizione strategica di Soliman, dunque, sopravvive alle fiamme della guerra attuale non come semplice teoria accademica, ma come provoca concreta ai responsabili della politica estera americana.