La campagna referendaria entra nelle ultime ore decisive con un clima sempre più teso. Secondo gli osservatori, negli ultimi giorni si è assistito a una progressiva distorsione dei termini del confronto pubblico, con l'obiettivo dichiarato di confondere l'elettorato e ridurre la partecipazione al voto. Chi preferirebbe mantenere lo status quo avrebbe tutto da guadagnare da un'affluenza ridotta alle urne.

A evidenziare questa dinamica sono due episodi significativi. Il primo riguarda Goffredo Bettini, storica figura della sinistra italiana, che ha ammesso pubblicamente di aver sempre sostenuto la separazione tra le funzioni di accusa e giudizio in magistratura. Non è solo: anche Massimo D'Alema ha condiviso questa posizione nel corso degli anni. Per decenni, la riforma è stata considerata da sinistra come una conquista di rilievo, paragonabile al peso di una figura storica come Palmiro Togliatti. Eppure Bettini ha dichiarato di votare contro il referendum. In un articolo pubblicato sull'Unità il 20 gennaio, ha spiegato questa scelta con una motivazione sorprendente: il voto, a suo avviso, rappresenterebbe di fatto una valutazione sulla premier Giorgia Meloni, e per coerenza con le sue preferenze politiche preferirebbe quindi il no, indipendentemente dalla posizione storica sulla giustizia. Una posizione legittima dal punto di vista politico, ma che mette il calcolo di potere davanti alle questioni di principio.

Il secondo elemento distintivo della campagna riguarda il registro comunicativo dei sostenitori del no. Nel dibattito pubblico e televisivo, si è notato uno stile caratterizzato da atteggiamenti sprezzanti e paternalistici verso chi sostiene il sì. I rappresentanti del fronte oppositivo si sono spesso trincerati dietro un'aria di infallibilità, presentandosi come detentori di verità incontestabili. Nei confronti televisivi, raramente hanno affrontato nel merito le argomentazioni sollevate; piuttosto, hanno sistematicamente deviato la conversazione verso scenari apocalittici, evocando il rischio di vendette future contro la magistratura e prospettive di derive autoritarie. Questa retorica del pericolo non è una novità nella storia politica italiana: figura che ricorda i metodi utilizzati in passato da altri esponenti della sinistra, come Romano Prodi, noto per gli appelli ai fantasmi storici quando conveniva al suo racconto politico.

La questione di fondo, secondo i critici di questa campagna, è semplice: evitare che le funzioni di accusa e di giudizio provengano dallo stesso percorso professionale, generando inevitabilmente una commistione di ruoli che compromette l'indipendenza della magistratura. Non si tratterebbe di punire magistrati, bensì di garantire una separazione strutturale tra chi accusa e chi giudica. Tuttavia, questa discussione tecnica rimane marginalizzata in una campagna dominata da considerazioni politiche e da tatticismi di schieramento.