Proseguono senza sosta le operazioni di ricerca e salvataggio della Life Support, il natante gestito da Emergency nel Mediterraneo centrale. Nella serata di ieri, l'equipaggio ha tratto in salvo altre 25 persone che si trovavano a bordo di un gommone sovraffollato e privo di dispositivi di sicurezza, navigando al buio nelle acque internazionali della zona di responsabilità maltese. Si tratta della terza missione di soccorso portata a termine in meno di 48 ore, a testimonianza dell'intensificarsi dei flussi migratori in questa porzione del Mediterraneo.

I naufraghi recuperati ieri sono composti da 18 uomini (di cui sette minori) e 7 donne (quattro delle quali minorenni). Complessivamente, undici dei venticinque salvati sono bambini e ragazzi senza accompagnatori. Secondo le loro testimonianze, il viaggio è iniziato da Zawiya la sera del 13 marzo. I migranti provengono da Sudan, Sud Sudan, Somalia e Yemen, paesi dilaniati da conflitti armati, instabilità politica e crisi umanitarie. "Il buio ha reso più difficile individuare il gommone, ma una volta localizzato, abbiamo immediatamente attivato i protocolli di intervento", racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support.

A bordo della nave si trovano ora 123 persone soccorse complessivamente, inclusi 26 minori non accompagnati e 20 donne. Le autorità competenti hanno assegnato il porto di Civitavecchia come destinazione finale, un porto situato a tre giorni di navigazione dalla posizione attuale della Life Support, con l'attracco previsto nella mattinata del 17 marzo. Una scelta che Emergency contesta apertamente, sottolineando come questa decisione prolunghi ulteriormente la permanenza in mare per persone già esauste.

L'organizzazione umanitaria evidenzia una problematica strutturale: il viaggio prolungato verso Civitavecchia mantiene i migranti in condizioni di estrema vulnerabilità fisica e psicologica, ritardando l'accesso a servizi essenziali e assistenza medica. Contemporaneamente, questa assegnazione obbliga la Life Support ad allontanarsi dalla zona dove maggiormente si concentrano le necessità di soccorso, compromettendo la capacità di intervento immediato di fronte a situazioni di emergenza. Un trade-off che pone in conflitto l'esigenza di gestione dei flussi migratori con le priorità operative di salvataggio.