Una marea umana di genitori e bambini ha invaso stamattina i pressi dell'ospedale Monaldi di Napoli per manifestare il proprio sostegno nei confronti del professor Guido Oppido, il cardiochirurgo al centro di una vicenda giudiziaria complessa e dolorosa. Circa cento persone, molte con indosso magliette bianche decorate con un cuore rosso, si sono radunate per esprimere gratitudine verso il medico che ha operato i loro figli, mentre simultaneamente ribadiscono il diritto alla verità sulla morte di Domenico Caliendo, il piccolo di due anni e quattro mesi deceduto lo scorso 21 febbraio, a seguito di un trapianto cardiaco eseguito il 23 dicembre 2025 che non ha avuto l'esito sperato. Alla manifestazione hanno partecipato i genitori di Gaia, Gabriele, Michele, Karol e Gioia: bambini che devono la loro vita agli interventi salvifici del chirurgo, alcuni dei quali sono stati fotografati in braccio al medico.
«Chiediamo verità per Domenico, ma il professor Oppido ha ridato luce e speranza alle nostre vite. La giustizia faccia il suo corso, però nelle sedi appropriate e non sui giornali», ha dichiarato Cinzia all'ANSA, raccontando la storia di sua figlia. La donna ha sottoposto la bambina, oggi undicenne, a ben quattordici operazioni, tra interventi cardiaci e neurochirurgici. Proprio Oppido ha eseguito il primo intervento nel 2015 presso l'ospedale Sant'Orsola di Bologna, quando altri istituti avevano ritenuto il caso clinicamente disperato. Quando il cardiochirurgo si è trasferito a Napoli, la famiglia ha deciso di seguirlo, e nel 2018 lo specialista ha impiantato un pacemaker alla piccola.
I genitori presenti al sit-in hanno voluto lanciare un messaggio più ampio alla comunità sanitaria e all'opinione pubblica: «Chi ha alimentato questa campagna mediatica dimentica che esistono altri bambini malati che necessitano di cure urgenti, e questo aspetto non può essere ignorato». Lo striscione esposto durante la manifestazione recitava direttamente «Oppido non si tocca», sintetizzando il senso di una protesta che non nega la necessità di chiarire la dinamica della tragedia, ma rifiuta che un intero professionista e la sua carriera siano compromessi da una «gogna mediatica».
La vicenda ha coinvolto complessivamente sette professionisti, con Oppido in qualità di primario della struttura cardiochirurgica. Le famiglie dei piccoli pazienti ribadiscono fiducia nel lavoro svolto dal chirurgo negli anni, sottolineando come le indagini giudiziarie seguano il loro corso naturale, ma evidenziando al contempo il danno reputazionale e professionale che una copertura stampa massiccia determina su medici ancora in servizio e su un'intera unità operativa dalla quale dipendono decine di bambini.