A pochi giorni dalla consultazione referendaria sulla riforma della giustizia fissata per il 22 e 23 marzo, Pier Luigi Bersani sale sul palco del congresso "Preferirei di no" organizzato da Magistratura Democratica per ribadire con determinazione il suo impegno nel fronte del No. L'ex presidente del Partito Democratico descrive un movimento che attraversa diverse aree politiche e culturali, unite da quello che definisce un "patriottismo democratico e costituzionale". Dal podio sottolinea la bellezza di una mobilitazione trasversale dove realtà diverse convergono verso un obiettivo comune, un aspetto che a suo giudizio rappresenta uno dei pregi dei momenti referendari.

Un elemento che Bersani ritiene problematico è l'assenza della voce dei liberali autentici nel dibattito pubblico italiano. L'ex ministro invita a sollecitare questa componente culturale per contrastare coloro che, a suo avviso, si autodefiniscono liberali per convenienza, disponibili a sacrificare principi costituzionali come la separazione dei poteri di Montesquieu in cambio di vantaggi fiscali. Ripercorre la storia della Repubblica per ricordare come, ogni volta che i principi liberali hanno subito pressioni, il popolo ha dovuto farsi carico della loro difesa. Secondo Bersani, sono i cittadini comuni che devono oggi farsi custodi di quei valori.

Nel merito della campagna referendaria, Bersani riconosce che i quesiti tecnici della riforma rimangono complessi per l'elettorato medio, ma identifica il vero problema comunicativo nel fatto che non è stata sufficientemente chiarita una questione centrale: i magistrati stessi sono vittime del malfunzionamento della giustizia. L'ex leader democratico sottolinea come il fronte del Sì abbia occupato spazi comunicativi importanti trasferendo la responsabilità dei problemi direttamente sulla categoria dei giudici, quando in realtà spetta al ministro della Giustizia garantire l'organizzazione e il funzionamento efficiente dei servizi, come esplicitamente previsto dalla Costituzione nell'articolo 110.

Bersani evidenzia l'incoerenza tra le posizioni iniziali di promotori come Carlo Nordio e la senatrice leghista Giulia Bongiorno, che negavano effetti della riforma sulla velocità dei processi, e le dichiarazioni più recenti della premier Giorgia Meloni, che prometteva soluzioni concrete. A suo giudizio, i riformatori intervengono su sette articoli costituzionali senza affrontare veramente le criticità strutturali del sistema giudiziario italiano. Il fulcro della critica di Bersani riguarda il meccanismo del sorteggio per i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, che considera il vero indicatore della visione sottesa al progetto riformista sulla magistratura e sulla sua indipendenza.

Il messaggio conclusivo di Bersani dedica il voto contrario ai ventotto magistrati caduti nel corso della storia per mano della mafia e del terrorismo, trasformando il referendum in un gesto di memoria civile oltre che in una scelta politica costituzionale.