L'Italia precipita al penultimo posto nella graduatoria europea per utilizzo dei trasporti collettivi. È quanto rivela l'ultimo rapporto statistico dell'Unione Europea, che dipinge un quadro preoccupante della mobilità nel nostro Paese: circa il 68% della popolazione non ricorre a mezzi pubblici come autobus, tram, treni e metropolitane. Un dato che pone l'Italia davanti solo a Cipro, dove la percentuale sale all'85%, e significativamente al di sopra della media continentale del 51%.
A livello europeo, gli ultimi dati disponibili mostrano dinamiche molto diverse: chi usa quotidianamente il trasporto collettivo rappresenta il 10,7% dell'Ue, mentre chi ne fruisce settimanalmente raggiunge l'11,6%. Il quadro cambia drasticamente se si guarda ai Paesi virtuosi. Il Lussemburgo guida la classifica con soltanto il 15,7% di non utilizzatori, seguito da Estonia e Svezia, entrambe intorno al 26-27%. Anche sul versante opposto i confronti non sono lusinghieri per l'Italia: Portogallo (67,8%), Francia (65,1%), Slovenia (61,6%) e Grecia (61,3%) mantengono comunque percentuali di non utilizzo inferiori alle nostre.
Le cause di questa tendenza italiana non risiedono unicamente in questioni culturali o abitudinarie. Secondo Gianpiero Strisciuglio, presidente di Agens, l'associazione che rappresenta il settore dei trasporti in seno a Confindustria, il problema è strutturale: «Il trasporto pubblico locale necessita di un significativo rafforzamento» spiega l'esponente. La percezione diffusa di inaffidabilità e inefficienza dei servizi spinge infatti milioni di italiani a preferire l'automobile privata, nonostante i conseguenti disagi collettivi.
Strisciuglio sottolinea come il settore necessiti di un approccio sistemico che vada oltre le sole responsabilità degli operatori: «Abbiamo bisogno di investimenti stabili, programmazione certa e politiche pubbliche concrete. Il trasporto pubblico non è una scelta marginale, ma strategica per contenere la congestione stradale, ridurre le emissioni inquinanti e combattere le disparità sociali». Una visione condivisa dagli esperti, che riconoscono nel rafforzamento della mobilità collettiva una leva fondamentale per affrontare crisi ambientali, sanitarie ed economiche contemporanee.
Le conseguenze di questa fuga verso l'auto privata sono già visibili nelle strade delle città italiane, dove traffico e congestione raggiungono livelli critici, alimentando l'inquinamento atmosferico e generando costi sanitari indiretti stimati in miliardi di euro annui a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Un circolo vizioso che evidenzia l'urgenza di politiche pubbliche incisive per invertire una tendenza che isola il nostro Paese nel contesto europeo.