Mentre sullo schermo della 98esima cerimonia degli Oscar scorrevano i momenti più attesi dell'anno cinematografico, nella sala stampa del Dolby Theatre di Los Angeles si consumava una realtà molto diversa dal glamour hollywoodiano. Oltre trecento giornalisti provenienti da testate nazionali e internazionali, agenzie di stampa, emittenti radio e televisive si trovavano stipati in uno spazio dove il controllo della temperatura risultava praticamente impossibile e dove lo stress competitivo si toccava con mano.

Le delegazioni nazionali creavano piccoli mondi paralleli all'interno della sala. I brasiliani inizialmente euforici si sono ritrovati delusi quando il film "L'agente segreto" non ha vinto nemmeno il premio per il miglior attore né quello per il miglior film internazionale. I paesi nordici hanno invece celebrato la vittoria del brano norvegese "Sentimental Value", mentre i giornalisti coreani, presenti in gran numero, si abbracciavano di continuo. Per contro, le delegazioni spagnole, italiane, greche e francesi mantenevano toni più contenuti, quasi distaccati dagli entusiasmi altrui.

Le condizioni logistiche non erano ideali. Giornalisti seduti a distanza ravvicinata dovevano convivere con la collega della testata cinese impegnata nel consumo di gamberoni in salsa rosa, il vicino della testata catalana La Vanguardia circondato da lattine di Coca-Cola, e altri vicini di postazione altrettanto ingombranti. I sette lunghi tavoli di lavoro lasciavano poco spazio, costringendo a una concentrazione difficile mentre si cercava di seguire la diretta su monitor appesi al soffitto, ascoltare l'audio tramite auricolare e condurre simultaneamente interviste ai vincitori che comparivano di persona.

Gli organizzatori dell'Academy avevano annunciato settimane prima l'intensificarsi delle misure di sicurezza, giustificandolo con la situazione internazionale. Il risultato è stato un passaggio di accesso complicato con metal detector, verifiche con cani antiesplosivo su borse e zaini, ma senza ritardi significativi né una visibile presenza militarizzata. Nonostante la promessa di "stringenti protocolli di sicurezza", la procedura si è rivelata più una corsa a ostacoli che una vera criticità organizzativa.

La sala stampa rappresentava il vero volto nascosto della cerimonia: una "Babele" di sussurri telefonici in decine di lingue diverse, dove l'unico elemento unificante era la lotta costante con la climatizzazione. Nelle prime due ore tutti si sventolavano per il caldo soffocante, per poi coprirsi quando l'aria condizionata raggiungeva temperature glaciali. Nessuno aveva le mani libere per applaudire, e la vera misura dell'entusiasmo arrivava dai boati che accompagnavano i riconoscimenti più importanti. Sullo sfondo, la scritta bianca "Hollywood" sulla collina californiana ricordava il senso della giornata, mentre il vero epicentro della celebrazione rimaneva confinato nei monitor e negli auricolari di coloro che dovevano raccontarla al mondo.