La cerimonia degli Oscar del 15 marzo ha incoronato "Una battaglia dopo l'altra" come miglior film dell'anno, regalando al regista Paul Thomas Anderson uno dei momenti più celebri della sua carriera. Il thriller che esplora le spaccature ideologiche negli Stati Uniti ha conquistato sei statuette nella competizione più attesa di Hollywood, superando nettamente "Sinners", il dramma sulla cultura afroamericana che partiva da ben sedici nomination.
Il film di Anderson affronta tematiche di straordinaria attualità, disegnando un ritratto del Paese lacerato tra eredità storiche contrapposte - dal movimento del Black Power al razzismo del Ku Klux Klan - dove la violenza armata emerge come la tragica conseguenza di questa irriconciliabile spaccatura sociale. Oltre al riconoscimento per il miglior film, Anderson ha ottenuto personalmente l'Oscar per la migliore regia, confermando il suo status di autore visionario. Il suo cast ha brillato con Sean Penn, alla sua terza statuetta come miglior attore non protagonista per il ruolo di antagonista caricaturale, anche se l'interprete ha scelto di non presenziare alla cerimonia, fedele alla sua leggendaria reputazione di iconoclasta hollywoodiano.
Nella categoria della miglior sceneggiatura originale ha prevalso "Sinners", mentre Michael B. Jordan, 39 anni, ha ricevuto il premio come miglior attore per la sua interpretazione nel film di Coogler. Durante il suo discorso di ringraziamento, Jordan ha omaggiato i giganti che lo hanno preceduto nella storia del cinema, citando nomi come Sidney Poitier, Denzel Washington, Halle Berry, Jamie Foxx, Forest Whitaker e Will Smith, riconoscendo il loro fondamentale contributo nel aprire le strade a generazioni future di attori afroamericani.
Degna di nota anche l'introduzione di una categoria inedita - il miglior direttore di casting - per la quale "Una battaglia dopo l'altra" ha conquistato la statuetta. Jessie Buckley, attrice irlandese, ha invece vinto il premio come miglior attrice per la sua interpretazione nel film "Hamnet", tragedia ispirata alla vita privata di William Shakespeare, confermando le previsioni della vigilia.
Nel suo discorso di accettazione, Anderson ha svelato le motivazioni profonde dietro il suo capolavoro: "Ho scritto questo film per i miei figli, per chiedere loro perdono per il disastro che stiamo ereditando loro, ma anche per ispirare una generazione capace di restituire buon senso e dignità al nostro paese". Un messaggio che racchiude sia la critica radicale della situazione attuale americana sia una speranza rivolta al futuro, elementi che hanno evidentemente risuonato con l'Academy e con il pubblico internazionale.