Un sistema di sfruttamento del lavoro sofisticato e capillare è stato scoperto a Messina dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, in collaborazione con il gruppo di Palermo. Quattro persone – l'amministratore unico e tre collaboratori di una società operante nel settore delle consegne a domicilio – sono stati raggiunti da un avviso di conclusione delle indagini per caporalato. L'indagine della Procura di Messina ha portato alla luce pratiche lavorative gravemente irregolari e il ricorso a una forma sofisticata di sfruttamento denominata "caporalato digitale".
I rider coinvolti, principalmente studenti universitari e giovani senza occupazione, venivano reclutati e gestiti attraverso messaggi su WhatsApp, ricevendo in cambio compensi di soli tre euro per ogni consegna effettuata. Secondo le accuse, questi importi risultavano significativamente inferiori a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali di categoria, costringendo i fattorini a utilizzare i propri mezzi di trasporto per raggiungere una soglia minima di sussistenza. Lo scenario creato dal sistema aziendale spingeva i rider a affrontare rischi stradali considerevoli pur di completare il maggior numero di ordini possibili.
Il controllo esercitato sull'attività lavorativa si rivelava particolarmente invasivo e lesivo dell'autonomia individuale. I rider erano obbligati a segnalare la parola "libero" tramite l'applicazione e ad aggiornarla ogni sessanta secondi, creando un monitoraggio costante dei tempi di esecuzione. I responsabili aziendali contattavano telefonicamente i lavoratori in caso di ritardi o rallentamenti, impedendo di fatto loro di rifiutare gli ordini assegnati. Chi osava declinare una consegna doveva fornire una giustificazione ritenuta "soddisfacente" dalla società, altrimenti incorreva in ammonimenti formali o nella sospensione temporanea dal sistema di assegnazione. Questo meccanismo generava una subordinazione totale, obbligando i fattorini ad accettare ritmi di lavoro estenuanti.
L'inchiesta ha documentato anche il mancato rispetto delle normative sulla sicurezza sul lavoro, per il quale i carabinieri hanno irrogato sanzioni amministrative per un totale di 66.940,29 euro. Più grave ancora l'evasione sistematica di oneri contributivi, previdenziali e assistenziali: la società aveva utilizzato circa 300 rider mantenendo artificialmente sotto la soglia dei 5mila euro annui per ciascuno, così da classificarli come "prestazioni occasionali" e eludere gli obblighi di versamento. L'ammontare dei contributi non versati ammonta a 696.191,60 euro, per i quali sono state avviate le procedure di recupero. I responsabili dell'azienda dovranno inoltre rispondere della responsabilità amministrativa della società stessa.