Il referendum sulla riforma della giustizia si avvicina e il dibattito si intensifica. Gian Carlo Caselli, ex magistrato di rilievo, propone una lettura critica articolata su quattro pilastri fondamentali che, a suo giudizio, dovrebbero guidare gli italiani al voto del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.

Il primo nodo riguarda il metodo. Caselli contrappone il processo che ha generato la Costituzione – caratterizzato da negoziazioni serrate tra i padri costituenti, che cercavano soluzioni condivise – con la modalità della riforma odierna. Quest'ultima, secondo l'ex magistrato, è stata redatta unilateralmente dall'esecutivo senza dare spazi effettivi al Parlamento per discuterla, emendarla o modificarla, neanche su dettagli formali. Uno sfregio allo spirito costituzionale stesso, sostiene Caselli, che rende il provvedimento inaccettabile per principio.

Sul versante dei benefici concreti, la posizione è netta: non ce ne sono. La riforma non influirà né sulla qualità dei processi né sulla loro efficienza. I tempi biblici che caratterizzano la giustizia italiana continueranno immutati e nessuno dei problemi strutturali del sistema avrà soluzione. Un intervento, dunque, che non risolve nulla di ciò che effettivamente affligge i cittadini.

Ma gli effetti reali della separazione delle carriere sarebbero ben altri. Secondo Caselli, distaccare il pubblico ministero dalla cultura giurisdizionale – un elemento cardine di garanzia nel nostro ordinamento – lo trasformerebbe inevitabilmente in un funzionario del governo, obbligato a seguirne le direttive. L'ex magistrato cita gli Stati Uniti, dove questa dinamica è evidente: gli omicidi commessi da agenti federali spesso rimangono impuniti. In Italia, dove la corruzione politica è ancora radicata, affidare il pm alle dipendenze del potere esecutivo equivarrebbe a "spalancare l'ovile al lupo".

Infine, Caselli contesta la teoria secondo cui la comunanza di carriera creerebbe automaticamente sospetti di colleganza tra pm e giudici. I ruoli rimangono distinti per natura professionale, sostiene, indipendentemente dai rapporti personali. Se così non fosse, per coerenza logica i dubbi dovrebbero estendersi anche ai giudici che condividono uffici e legami con altri magistrati, il che porterebbe l'argomento all'assurdo.