Una coincidenza dal sapore amaro accomuna il calendario italiano del 2026 al passato più buio della Repubblica. Mentre gli italiani si recheranno alle urne per un referendum, esattamente cento anni prima si concludeva a Chieti il processo per il delitto di Giacomo Matteotti, il deputato socialista assassinato nel 1924 dai fascisti. Il procedimento giudiziario, iniziato il 16 marzo e concluso il 24 marzo del 1926, resterà nella storia come uno dei momenti più controversi della giustizia italiana: così vistosamente condizionato da considerazioni politiche che un giornalista francese dell'epoca ironizzò dicendo di non sapere più chi avesse ucciso chi tra gli imputati e la vittima.
La scelta di celebrare il processo a Chieti, lungi dall'essere casuale, seguiva una precisa strategia: si cercava un contesto dove regnasse la tranquillità, lontano dai riflettori e dalle possibili manifestazioni popolari. I giornali dell'epoca descrivevano cinicamente la città abruzzese come il luogo ideale: "una piccola e gentile città con una popolazione seria ed educata, disposta ad astenersi da comportamenti sconvenienti". Un'atmosfera pesante e artificiosa, costruita ad hoc per controllare il verdetto senza apparenti pressioni esterne.
A distanza di cento anni, il parallelo storico assume un significato inquietante rispetto alle attuali riforme della giustizia italiana. L'analisi proposta suggerisce che il sistema giudiziario contemporaneo potrebbe procedere secondo logiche analoghe: creare una "atmosfera sonnacchiosa" in cui i magistrati agiscono non secondo il diritto, ma secondo convenienze politiche non dichiarate. Una giustizia dove la bilancia si inclina dove il potere desidera, dove non si ousa contrariare il governo, dove certi procedimenti ricevono attenzioni selettive a seconda delle convenienze.
Per commemorare questa pagina della storia italiana, Chieti inaugurerà il 27 marzo 2026 una mostra permanente presso il suo Palazzo di Giustizia, dedicata al processo di cent'anni fa. Un'occasione per riflettere non solo su cosa accadde allora, ma su quanto quei meccanismi di condizionamento della giustizia rimangono rilevanti e preoccupanti nel dibattito contemporaneo sullo stato di diritto nel nostro paese.