La consultazione referendaria sulla riforma della giustizia sta scivolando progressivamente da una discussione costruttiva sulla modernizzazione dell'ordinamento giudiziario verso uno scontro puramente politico, secondo quanto analizza il giornalista Sergio Locoratolo. Il fenomeno rappresenta un caso paradigmatico di inefficace comunicazione pubblica su materie istituzionali complesse, dove il rigore tecnico e la trasparenza dovrebbero prevalere su retoriche semplicistiche e dichiarazioni infuocate.

Quando i cittadini sono chiamati a pronunciarsi su questioni che toccano l'equilibrio tra i poteri dello Stato, la responsabilità della classe politica dovrebbe essere quella di guidare l'opinione pubblica attraverso spiegazioni chiare e pedagogiche. I meccanismi della giustizia non fanno parte dell'esperienza quotidiana dell'elettore medio, a differenza di scelte economiche o sociali immediatamente percepibili. Proprio per questo, il dibattito pubblico avrebbe dovuto mantenersi focalizzato sulle conseguenze concrete della riforma e sui razionali giustificativi del cambiamento proposto. Invece, il linguaggio utilizzato dai principali attori politici si è progressivamente radicalizzato, le semplificazioni hanno sostituito le argomentazioni approfondite e lo spazio dedicato al merito delle norme si è ridotto drasticamente.

Il fronte favorevole al sì al referendum presenta inoltre una palese incoerenza narrativa. Da una parte propone una comunicazione istituzionale che enfatizza la modernizzazione, il riequilibrio tra accusa e difesa e l'allineamento con modelli europei. Dall'altra alimenta una retorica conflittuale che rappresenta la magistratura come un'istituzione ostile o compromessa politicamente. Queste due linee discorsive risultano irriconciliabili: una riforma strutturale non può essere contemporaneamente descritta come un intervento di equilibrio neutrale e come una battaglia ideologica contro un settore dello Stato. Questa contraddizione logica ha l'effetto di spostare l'attenzione collettiva dal contenuto effettivo delle proposte al clima di polarizzazione che le circonda.

Esemplare in questo senso è stata la vicenda delle dichiarazioni rese dalla capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che ha utilizzato espressioni particolarmente dure nei confronti della magistratura. Affermazioni di questo tipo, lungi dal chiarire gli obiettivi della riforma, confermano il sospetto che dietro la proposta normativa si celi un intento di scontro istituzionale piuttosto che di razionale assetto amministrativo. Quando il pubblico dibattito assume questi toni, la qualità dell'informazione democratica ne risente inevitabilmente e la capacità dei cittadini di formarsi un giudizio consapevole sulla consultazione referendaria risulta compromessa.