A quasi mezzo secolo dal tragico 16 marzo 1978, quando Aldo Moro venne rapito dalle Brigate Rosse e cinque uomini della sua scorta persero la vita in via Fani, il nipote dello statista torna a riflettere sull'eredità politica e umana del nonno. Luca Moro ha affidato a una dichiarazione il messaggio che la memoria di colui che guidò la Democrazia Cristiana continua a brillare soprattutto tra la gente comune, quella che comprende appieno il peso del sacrificio compiuto per il bene collettivo.

Nelle sue parole emerge una nota di preoccupazione rivolta al futuro: il nipote teme che sempre meno persone siano disposte a mettere il bene pubblico davanti agli interessi personali. Tuttavia, aggiunge con speranza, la storia dimostra che i veri costruttori di pace tornano sempre a emergere nei momenti cruciali. Proprio come avrebbe potuto dire Moro stesso, ricorda Luca, la pace non è una destinazione da raggiungere bensì un cammino da percorrere consapevolmente.

Un episodio toccante emerge dalle memorie familiari: quando Aldo Moro aveva intuito che il pericolo stava aumentando e aveva deciso di trasferire i suoi agenti per proteggerli, questi ultimi hanno chiesto personalmente a sua moglie di non essere allontanati. Non volevano abbandonare il loro protettore in quel momento di crescente minaccia. L'ironia tragica della sorte volle che quella scorta coraggiosa perisse proprio a via Fani, mentre Moro morì successivamente da solo, in circostanze diverse e in un luogo differente.

Gli spunti più attuali del pensiero moiano arrivano proprio in questi giorni, quando il paese si appresta a votare sulla separazione delle carriere giudiziarie. Luca Moro richiama l'impegno del costituente Aldo per il diritto referendario, che il nonno considerava il momento in cui il popolo esprime direttamente l'evoluzione della propria coscienza civile. Un insegnamento che ritiene cruciale nel contesto odierno: i cittadini devono votare seguendo coscienza e ragionamento, senza lasciarsi guidare dalle direttive partitiche. A questa riflessione aggiunge un'altra massima del nonno: la qualità di una civiltà si misura dalla giustizia che riesce a promuovere e a realizzare.

Intanto il vicepremier Antonio Tajani ha ribadito il significato storico di quella data maledetta. Su X ha sottolineato come il 16 marzo 1978 rappresenti uno dei capitoli più bui della Repubblica italiana, rendendo onore ai cinque servitori dello Stato che persero la vita: i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci, e i poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Il sacrificio di questi uomini, ha concluso il ministro degli Esteri, rimane un richiamo permanente contro la violenza e impone a tutti il dovere di impegnarsi per costruire una società più giusta, libera e consapevolmente democratica.