La proposta di riforma della giustizia, destinata al voto referendario, attraverserebbe in profondità l'architettura costituzionale italiana modificando ben sette articoli della Carta fondamentale. Secondo l'analisi dell'esperto Andrea Spinelli, si tratta di un intervento dai risvolti problematici sia nel merito che nella modalità con cui viene proposto agli italiani.

Il fulcro della riforma non sarebbe tanto la tanto pubblicizzata separazione delle carriere tra magistrati e pubblici ministeri, ma piuttosto la ristrutturazione del Consiglio Superiore della Magistratura. Il progetto prevederebbe il triplicamento degli organismi di controllo al vertice del sistema giudiziario, con composizioni determinate attraverso un meccanismo di sorteggio. Tuttavia, questo sistema presenterebbe una sostanziale asimmetria: mentre i magistrati verrebbero selezionati casualmente da tutta la popolazione giudiziaria nazionale, i componenti non togati sarebbero sorteggiati da una lista ristretta precedentemente compilata dal Parlamento, vale a dire da candidati scelti strategicamente dalle forze politiche.

Questa architettura comporterebbe conseguenze concrete rilevanti. In primo luogo, aumenterebbe il peso dell'indirizzo politico sulla magistratura, proprio nel momento in cui quest'ultima risulterebbe indebolita dal sorteggio. Inoltre, la riforma sottrarrebbe ai magistrati un diritto elementare garantito a ogni cittadino: la possibilità di ricorrere presso la Corte di Cassazione contro provvedimenti disciplinari ritenuti ingiusti, configurando così una violazione degli articoli 3 e 111 della Costituzione stessa. L'isolamento del Pubblico Ministero dal corpo giudiziario, infine, lo renderebbe vulnerabile al controllo politico attraverso normative ordinarie, compromettendo quel bilanciamento dei poteri considerato indispensabile per una democrazia solida.

Al di là delle questioni tecniche, Spinelli sottolinea un problema di metodo altrettanto significativo. La Costituzione italiana nacque da un patto civile condiviso trasversalmente, forgiato dall'Assemblea Costituente nel secondo dopoguerra. I suoi estensori, pur provenendo da culture politiche diverse, condividevano una profonda preparazione giuridica e l'impegno di sintetizzare visioni opposte in una cornice comune. Questo spirito di compromesso democratico, che caratterizzò la nascita della Repubblica, appare oggi compromesso dalle modalità con cui si procede a modifiche strutturali della Carta.

Secondo questa lettura, una riforma così vasta e delicata richiederebbe lo stesso respiro costituente: un confronto approfondito, un consenso ampio che vada oltre le maggioranze parlamentari temporanee, una ricerca autentica di sintesi democratica. Procedere diversamente significherebbe tradire i fondamenti su cui la Repubblica è stata costruita, trasformando la Costituzione da patto trasversale a strumento di consolidamento del potere esecutivo e legislativo sulla magistratura.