Negli ultimi giorni il Ministero dell'Istruzione ha dato il via libera alla rimodulazione dei tempi didattici per gli istituti tecnici, un cambiamento che rientra tra le priorità stabilite dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. L'intento dichiarato è ambizioso: aggiornare i programmi di studio per rendere gli studenti più competitivi e pronti alle esigenze del mercato del lavoro, creando così un raccordo concreto tra le aule e le aziende.

Secondo questa logica, gli istituti tecnici dovrebbero avere come obiettivo principale quello di formare professionisti da immettere rapidamente nel settore produttivo. In parte questa premessa è corretta: queste scuole infatti garantiscono una preparazione specialistica che consente ai ragazzi di esercitare subito la professione per cui hanno acquisito competenze mirate. Tuttavia, la realtà è più complessa di così. Molti studenti che escono da questi indirizzi scelgono successivamente di proseguire verso l'università, dove dovranno dimostrare di possedere non solo abilità tecniche, ma anche una solida padronanza della lingua italiana e una base adeguata di cultura generale.

Proprio in nome di questa centralità attribuita al lavoro, la riforma ha tagliato significativamente le ore dedicate all'istruzione generale. Materie come italiano, storia e matematica di base vengono relegate a un ruolo secondario, mentre discipline tecniche e laboratori guadagnano spazio nel calendario scolastico. Gli effetti sono già visibili: in alcuni corsi la geografia scende a una sola ora settimanale, mentre l'italiano passa da quattro a tre ore la settimana in determinati indirizzi. Emerge così una frattura pericolosa tra la dimensione pratica e quella culturale dell'istruzione.

Ciò che desta preoccupazione è il presupposto sotteso a questa scelta: l'idea che preparare al mondo del lavoro significhi necessariamente ridurre lo spazio della formazione umanistica. Ma perché questi due obiettivi dovrebbero essere inconciliabili? Non esiste motivo valido per cui uno studente tecnico debba essere meno capace di leggere criticamente un testo, di articolare un ragionamento complesso o di esprimersi con proprietà linguistica. La competenza nella lingua madre non è un lusso riservato ai licei, ma un diritto e una necessità per ogni cittadino, indipendentemente dal percorso professionale che intraprenderà.

Gli esperti da anni denunciano il deterioramento delle abilità di lettura e comprensione tra gli adolescenti italiani, unitamente a un impoverimento lessicale sempre più marcato e a difficoltà nella padronanza della sintassi. In questo contesto, ridurre ulteriormente le ore di insegnamento della lingua italiana appare come una scelta controproducente che rischia di aggravare problematiche già critiche. L'auspicio è che il dibattito pubblico riporti al centro l'idea che formare professionisti competenti non deve significare sacrificare le fondamenta culturali su cui costruire cittadini consapevoli e capaci di orientarsi nel mondo.