La Procura della Repubblica di Genova non intende arrendersi sulla questione della utilizzabilità processuale dei documenti forniti dai servizi israeliani nell'ambito dell'inchiesta denominata caso Hannoun, che vede coinvolte personalità della leadership di Hamas attive in territorio italiano. Nonostante il Tribunale del Riesame abbia deciso di non avvalersi di questa documentazione, gli inquirenti ritengono che le prove siano comunque solide e hanno deciso di presentare ricorso in Cassazione contro l'ordinanza che ha disposto la scarcerazione di uno degli imputati.
L'arrestato in questione è Raed El Salahat, un uomo di 48 anni la cui posizione era principalmente supportata dalla documentazione proveniente da Israele. Il Riesame genovese aveva ritenuto che i materiali, raccolti dall'Idf rispettivamente a Gaza e in Cisgiordania e sottoposti a catalogazione da parte di un funzionario dell'intelligence israeliana identificato soltanto con lo pseudonimo 'Avi', non potessero essere considerati a causa della loro provenienza da fonte anonima e della carenza di garanzie procedurali in relazione al rispetto dei diritti fondamentali. Tuttavia, il provvedimento ha comunque confermato quattro delle sette misure cautelari inizialmente disposte, a testimonianza della solidità della costruzione accusatoria su altri elementi investigativi.
La Procura contesta fermamente la qualificazione fornita dal Riesame, sostenendo che la fonte non è propriamente anonima ma semplicemente anonimizzata per ragioni di sicurezza operativa. Gli inquirenti stanno infatti lavorando al fine di poter sottoporre a escussione il funzionario israeliano direttamente nel corso dello svolgimento del procedimento giudiziale, operazione che consentirebbe di ripristinare la piena trasparenza processuale intorno all'acquisizione e alla validità di questi documenti. La questione rimane dunque aperta e rappresenta un nodo cruciale circa l'ammissibilità di prove derivanti da cooperazioni internazionali in materia di sicurezza.