La tensione nel Medio Oriente raggiunge livelli critici in questa notte di fuoco. Secondo fonti locali e funzionari della sicurezza, l'ambasciata statunitense a Baghdad ha subito un massiccio attacco coordinato con droni e missili intorno alle tre del mattino. Tre veicoli aerei senza pilota e quattro ordigni balistici hanno colpito il perimetro della struttura diplomatica americana: almeno uno dei droni ha penetrato le difese e si è schiantato all'interno del complesso. I sistemi di intercettazione hanno comunque neutralizzato parte dell'attacco. Pochi reporter dell'Agenzia Francia Stampa presenti sul posto hanno documentato una densa colonna di fumo nero che saliva dal sito poco dopo l'impatto.
In contemporanea, dall'Iran parte un'offensiva missilistica balistica diretta verso Israele. Le sirene d'allarme hanno iniziato a suonare prima nelle regioni settentrionali di Tel Aviv e successivamente nelle aree centrali dello stato ebraico. Le Forze di Difesa israeliane hanno immediatamente azionato i propri sistemi di difesa aerea per contrastare il lancio. L'attacco rappresenta un'escalation significativa delle ostilità, che ormai proseguono da diciotto giorni ininterrottamente.
Non rimane inattiva Israele, che nella stessa notte ha condotto una serie di bombardamenti aerei su Beirut. Tre quartieri della capitale libanese sono stati interessati dalle operazioni: Kafaat, Haret Hreik e Doha Aramoun, tutti nella periferia meridionale della città. Secondo l'Agenzia Nazionale di Stampa libanese, oltre ai raid aerei, anche l'artiglieria ha preso di mira le città meridionali all'alba. Uno degli attacchi ha colpito i piani superiori di un edificio residenziale, sottolineando il rischio di vittime civili.
Sul fronte diplomatico, il presidente americano Donald Trump sta tentando di costruire una risposta coordinata alla crisi. Ha chiesto ai paesi confinanti di aderire a una coalizione navale con l'obiettivo di garantire il passaggio sicuro delle petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, uno snodo cruciale dove transita circa il venti per cento del commercio petrolifero mondiale. Tuttavia, non tutti gli alleati occidentali rispondono positivamente: l'Australia ha fatto sapere tramite la ministra dei Trasporti Catherine King che non ha ricevuto richieste formali da Washington e che, comunque, non invierebbe una nave da guerra in quella zona anche se richiesto.
Lo scenario attuale riflette una polarizzazione crescente e una catena di ritorsioni che sembra difficile da contenere attraverso i canali diplomatici tradizionali. Il numero di fronti aperti – Iraq, Israele, Libano, Iran – e il coinvolgimento anche indiretto di potenze globali come gli Stati Uniti suggeriscono che la stabilità regionale rimane precaria e soggetta a ulteriori sviluppi nei prossimi giorni.