Il Libano affronta uno dei momenti più critici della sua storia recente. A partire dal 16 marzo, l'esercito israeliano ha dato inizio a un'operazione terrestre nel territorio libanese, segnando un'escalation significativa del conflitto regionale. Il ministro della difesa di Tel Aviv, Israel Katz, ha giustificato l'azione militare affermando di aver ordinato la distruzione di quella che definisce come "infrastrutture terroristiche" nei centri abitati confinanti con il confine israeliano. Katz ha esplicitamente richiamato il parallelo con le operazioni condotte a Gaza, un paragone che non manca di inquietare gli osservatori internazionali consapevoli dell'entità della devastazione provocata in quella regione.
Prima dell'offensiva militare, Israele ha emesso un ordine di evacuazione rivolto alla popolazione civile libanese, costringendo milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni e dirigersi verso il nord del paese. Le conseguenze umanitarie sono già drammatiche: su una popolazione complessiva di cinque milioni di abitanti, circa 900mila persone risultano attualmente sfollate. Il bilancio delle vittime, secondo le fonti ufficiali libanesi, ha già superato i 700 decessi, tra cui almeno cento minori. Gli analisti avvertono che queste cifre rappresentano solo l'inizio di quella che potrebbe trasformarsi in una crisi umanitaria di vasta portata.
La situazione libanese presenta tuttavia una complessità che la distingue da altri conflitti mediorientali. Il paese rimane profondamente diviso nelle valutazioni su Hezbollah e sulla presenza israeliana, con posizioni che oscillano continuamente tra diverse fazioni interne e influenze esterne. Hezbollah, sorto nel 1982 in seno alla comunità sciita libanese in reazione a un'invasione israeliana precedente, si è progressivamente trasformato in un'estensione del potere iraniano, dotandosi di capacità militari che superano quelle dell'esercito nazionale regolare. L'organizzazione ha subito colpi significativi nel 2024, in particolare con l'eliminazione del suo leader storico Hassan Nasrallah e la compromissione di parte del suo arsenale. Tuttavia, nonostante gli accordi internazionali per il cessate il fuoco che prevedevano il disarmo di Hezbollah, il governo libanese ha proceduto solo parzialmente per evitare il rischio di una nuova guerra civile interna.
Questa dinamica rimane il nodo centrale della crisi attuale. Israele intende risolvere definitivamente la minaccia proveniente da nord, ma contemporaneamente affronta il problema rappresentato da Tehran e dai suoi alleati a est. Il governo libanese ha formalmente vietato le attività militari di Hezbollah, tuttavia Tel Aviv non ripone fiducia in questa interdizione e preferisce affrontare il problema direttamente attraverso il ricorso alla forza. Paradossalmente, nonostante l'escalation militare, i canali diplomatici non si sono completamente chiusi. La Francia, in particolare, ha mantenuto attivi i propri sforzi di mediazione, proponendo l'apertura di negoziati diretti tra Israele e Libano che avrebbero dovuto iniziare nel corso dello stesso fine settimana in cui è scattata l'offensiva terrestre.