La guerra tra Cloudflare e le istituzioni italiane sulla lotta alla pirateria si intensifica. Il colosso americano delle infrastrutture digitali ha ufficializzato il ricorso contro la sanzione amministrativa di 14 milioni di euro inflitta dall'AGCOM lo scorso marzo, utilizzando un comunicato pubblico per illustrare le proprie ragioni e sollevare questioni di principio che vanno ben oltre l'aspetto economico della controversia.

Al centro della disputa c'è Piracy Shield, la piattaforma attraverso cui un gruppo di società mediatica italiane—tra cui la Lega Serie A—può ordinare il blocco di siti e indirizzi IP sospettati di ospitare contenuti protetti. Cloudflare contesta il sistema nella sua interezza: secondo la società, Piracy Shield funziona come un portale dove soggetti privati prendono decisioni vincolanti che impongono ai fornitori di servizi internet di oscurare risorse entro appena trenta minuti, il tutto senza alcuna forma di controllo esterno, supervisione giudiziaria o possibilità concreta di risarcimento in caso di errori.

La vera critica di Cloudflare tocca aspetti strutturali della governance: i blocchi vengono ordinati da imprese private anziché da magistrati o autorità pubbliche, creando uno scenario dove interessi economici particolari prevalgono su quelli della collettività degli utenti. L'azienda sottolinea anche una questione di conflitto d'interessi: Piracy Shield sarebbe stata sviluppata con il supporto dello Studio Previti, lo stesso studio legale che rappresenta molti dei beneficiari del sistema, incluse le principali media company italiane. La piattaforma è stata messa a disposizione dell'AGCOM senza alcun appalto pubblico, giustificato come esigenza urgente.

Non meno rilevante è l'aspetto tecnico dei danni collaterali. Cloudflare documenta come il blocco di indirizzi IP—necessario perché un singolo indirizzo IPv4 ospita migliaia di siti web diversi—ha causato l'inaccessibilità di risorse completamente legittime. Gli esempi vanno dai siti governativi ucraini dedicati a scuole e ricerca, fino al blocco accidentale di piccole imprese e organizzazioni non governative impegnate in progetti sociali. Particolarmente emblematico è stato il caso di Google Drive, rimasto inaccessibile per più di dodici ore. Uno studio dell'Università di Twente risalente a settembre ha quantificato l'entità del fenomeno.

Cloudflare lamenta anche l'accesso limitato agli atti amministrativi, denunciando che l'AGCOM non fornisce i documenti completi relativi ai blocchi ordinati. Questa opacità rende ancora più difficile difendersi efficacemente. La società americana intende continuare la battaglia legale su tutti i fronti, trasformando la questione in un banco di prova sulla compatibilità di Piracy Shield con i principi di trasparenza, proporzionalità e tutela procedurale che caratterizzano uno stato di diritto digitale.