Google ha messo in campo una nuova strategia di trasparenza nei confronti dei consumatori: d'ora in poi, tutte le pubblicità create o modificate tramite intelligenza artificiale verranno contrassegnate da un'etichetta esplicita. L'indicazione "creato o modificato con l'IA" sarà visibile nella sezione dedicata alle informazioni sulla pubblicità, accessibile toccando i tre puntini o l'icona info su qualsiasi annuncio. Questo permette agli utenti di capire immediatamente se stanno guardando un contenuto pubblicitario realizzato da algoritmi piuttosto che da team creativi umani, sull'intera rete di distribuzione del gigante di Mountain View.

Il sistema di etichettatura funziona secondo due modalità distinte. Nel primo caso, quando la pubblicità è prodotta usando i propri strumenti di intelligenza artificiale, Google applica automaticamente il bollino identificativo senza richiedere alcun intervento da parte dell'inserzionista. Nel secondo scenario, se un'azienda utilizza piattaforme esterne come Midjourney o DALL-E per generare i propri contenuti pubblicitari, spetta all'inserzionista dichiarare volontariamente l'utilizzo dell'IA. In determinate aree geografiche, inoltre, l'etichetta potrebbe apparire direttamente sulla pubblicità stessa, non solo nei dettagli nascosti.

Questa mossa di Google si allinea con l'approccio già adottato da altri colossi digitali. YouTube, per esempio, applica da tempo etichette simili sui video generati artificialmente, mentre Meta ha implementato la dicitura "AI info" per le proprie campagne pubblicitarie. L'obiettivo dichiarato è garantire una maggiore consapevolezza agli utenti, permettendo loro di comprendere la natura dei contenuti con cui interagiscono quotidianamente.

Tuttavia, il sistema presenta vulnerabilità significative. L'applicazione automatica funziona esclusivamente con gli strumenti proprietari di Google, mentre per tutti gli altri software il controllo rimane affidato all'onestà dell'inserzionista. Se un'azienda genera annunci pubblicitari con strumenti di terze parti senza dichiararli, non c'è meccanismo automatico che riveli la mancata trasparenza. Questo gap normativo lascia spazio a possibili violazioni, riducendo l'effettiva utilità dell'iniziativa.

L'intervento si inserisce in un contesto più ampio di regolamentazione dei contenuti sintetici. Nel 2024, Google aveva già reso obbligatoria la dichiarazione dei contenuti alterati digitalmente o sintetici nelle pubblicità politiche. L'azienda sta inoltre implementando tecnologie sofisticate come SynthID e lo standard C2PA per identificare autonomamente i deepfake e i materiali generati da algoritmi, ma il ruolo cruciale dell'autodichiarazione rimane un punto debole che continua a rappresentare una sfida per garantire una vera trasparenza nel panorama pubblicitario digitale.