Dichiarazioni che scuotono il dibattito politico italiano quelle rilasciate dal senatore di Fratelli d'Italia Franco Zaffini lo scorso 14 marzo a Terni, in occasione di un convegno per sostenere il sì al referendum sulla riforma della giustizia. Le sue parole hanno immediatamente suscitato reazioni indignate dall'opposizione e acceso un nuovo capitolo dello scontro sulla magistratura che caratterizza l'attuale legislatura.
Secondo quanto riferito, Zaffini avrebbe affermato che «finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro», aggiungendo che questa condizione sarebbe addirittura «peggio di un plotone di esecuzione». Il senatore ha motivato questa posizione sostenendo che mentre un plotone di esecuzione rappresenta una certezza fatale, il cancro lascia aperta la possibilità di guarigione. Il vero problema, nel suo ragionamento, risiederebbe nel fatto che quando si va «nelle mani della magistratura è un'avventura», poiché non si sa come evolverà il procedimento e chi l'avrà condotto.
Le parole di Zaffini riprendono e amplificano un'affermazione precedentemente rilasciata da Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, che aveva utilizzato l'espressione «plotone di esecuzione» per descrivere l'esperienza di finire sotto indagine. In questa occasione, il senatore meloniano ha voluto intensificare il messaggio attraverso il paragone con una malattia grave.
La reazione dell'opposizione non si è fatta attendere. Il Movimento Cinque Stelle ha denunciato che il paragone rappresenta un «attacco diretto a uno dei poteri dello Stato previsti dalla Costituzione», inserendosi in una strategia più ampia di delegittimazione dell'ordine giudiziario da parte della maggioranza di governo. Angelo Bonelli di Alleanza Verdi-Sinistra ha definito le affermazioni «indecenti e inaccettabili», sottolineando come evidenzino una «strategia di odio contro i magistrati» costruita da Fratelli d'Italia e denunciando il silenzio della premier Meloni, che secondo Bonelli equivarrebbe a una forma di assenso.
L'episodio si inserisce in un contesto più ampio di tensioni tra l'esecutivo e la magistratura, particolarmente accentuate in vista del referendum che intende modificare gli assetti del sistema giudiziario italiano. Le parole di Zaffini hanno riacceso il dibattito sulla compatibilità tra certi linguaggi e le responsabilità istituzionali di chi li utilizza, con l'opposizione che chiede fermezza nella condanna da parte della leadership governativa.