Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets) torna al centro dello scontro politico comunitario. Alla vigilia del summit dei 27, un alto funzionario dell'Unione europea ha confermato che la maggior parte dei leader continentali ritiene il meccanismo indispensabile non solo per la transizione energetica, ma anche come elemento strategico che guida gli investimenti europei. Tuttavia, sul fronte opposto cresce la pressione di diversi governi che puntano il dito contro l'impatto economico dello strumento.

L'Italia si posiziona in prima linea nella richiesta di cambiamenti. Il ministro dell'Energia Gilberto Pichetto ha espresso chiaramente la necessità di una sospensione dell'Ets almeno nel settore della produzione termoelettrica, oppure di una revisione capace di neutralizzare l'effetto triplicativo del meccanismo sui prezzi dell'energia. Secondo Pichetto, il sistema grava sulle bollette italiane per oltre 7 miliardi di euro: una cifra inaccettabile dal punto di vista del governo italiano, che sottolinea come l'Ets funzioni di fatto come una tassa senza possibilità di riduzione attraverso semplici aggiustamenti tecnici.

Non è sola l'Italia in questa battaglia. Una riunione parallela ha visto riuniti ben nove Paesi—tra cui Grecia, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia—tutti accomunati dalla preoccupazione per il peso dell'Ets sia sul comparto termoelettrico che su quello industriale. Secondo le informazioni provenienti da fonti governative italiane, i partecipanti hanno concordato nel proporre iniziative comuni per affrontare il problema e trovare soluzioni condivise.

Dalla Germania, tuttavia, arriva una posizione diametralmente opposta. Il ministro dell'Ambiente tedesco Carsten Schneider ha difeso il meccanismo come uno strumento collaudato di economia di mercato, efficace nel segnalare i prezzi e regolare i mercati della tariffazione delle emissioni di CO2. Berlino ammette che potrebbero essere necessari lievi adeguamenti per alcuni settori particolarmente colpiti, come l'industria chimica, ma sostiene che la struttura fondamentale del sistema debba rimanere sostanzialmente invariata perché ha dimostrato di funzionare.

Lo scontro sulla riforma dell'Ets nel quadro climatico post-2030 si preannuncia come uno dei dossier più delicati che i leader europei dovranno affrontare nei prossimi mesi. Il bivio è netto: da una parte chi chiede correzioni strutturali per proteggere competitività e cittadini dai rincari energetici, dall'altra chi ritiene che smantellare o sospendere un meccanismo che ha dato risultati significativi rappresenterebbe un passo indietro nella lotta ai cambiamenti climatici.