Gli Emirati Arabi Uniti si preparano a una possibile escalation nella guerra che sta devastando il Medio Oriente. A Trieste, durante il forum internazionale sul corridoio indo-mediterraneo organizzato dalla Farnesina, il ministro di Stato Saeed Alhajeri ha lanciato un messaggio inequivocabile: mentre Abu Dhabi preferisce mantenere una posizione difensiva, non rinuncia al diritto di rispondere con la forza qualora ritenesse in pericolo la sua sicurezza nazionale. Le dichiarazioni arrivano in un momento di massima tensione dopo l'uccisione di Ali Larijani, importante membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano.
Secondo il ministro emiratino, il Paese del Golfo ha subito più di duemila attacchi combinati, comprendenti missili, droni e ordigni balistici. Gli obiettivi scelti da Teheran includerebbero strutture civili come zone residenziali, centri commerciali e infrastrutture aeroportuali. Il bilancio dell'aggressione iraniana, ha sottolineato Alhajeri, parla di sei morti e numerosi feriti tra la popolazione civile. Una violenza definita esplicitamente come "ingiustificata e non provocata".
Malgrado l'intensità degli attacchi ricevuti, gli Emirati hanno finora scelto la strada della contenzione. "La protezione dei nostri cittadini rimane la priorità assoluta", ha ribadito il ministro, evidenziando come Abu Dhabi continui a privilegiare una strategia di controllo della crisi. Tuttavia, questa moderazione non rappresenta una rinuncia ai mezzi di difesa: gli Emirati si riservano espressamente la facoltà di adottare "qualsiasi azione ritenuta necessaria per proteggere gli interessi nazionali".
Le ripercussioni della crisi oltrepassano i confini regionali. Lo Stretto di Hormuz, cruciale via di transito per il commercio energetico globale con il 25% dell'energia mondiale che vi transita, è stato parzialmente compromesso dalle operazioni iraniane. Per questo motivo, Alhajeri ha sottolineato che la sicurezza delle rotte marittime e la libertà di navigazione rappresentano oggi questioni di rilevanza internazionale, non più limitate al Golfo Arabico. La crisi energetica che potrebbe derivarne riguarda direttamente tutti i principali attori geopolitici globali, che stanno seguendo con attenzione l'evolversi della situazione.