Israele cambia tattica nella sua strategia contro l'Iran. I bombardamenti mirati contro figure di primo piano come Ali Larijani e Gholamreza Soleimani rappresentano uno spartiacque rispetto al passato, segnalando l'inizio di una nuova fase dello scontro regionale. La morte di Soleimani, sessantunenne originario di Farsan a capo della milizia Basij, acquisisce un significato simbolico che va ben al di là dell'operazione militare in sé.
I Basij, il cui nome significa letteralmente "combattenti volontari", rappresentano un pilastro cruciale del sistema di controllo iraniano. Fondati nel 1979 dall'ayatollah Khomeini e operanti sotto la supervisione dei Guardiani della Rivoluzione, queste forze paramilitari hanno subito un'evoluzione nel corso dei decenni. Se inizialmente impiegati principalmente durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, negli ultimi anni hanno assunto il ruolo di braccio armato della repressione interna. Sono infatti i Basij a scendere in campo quando la popolazione protesta, come accaduto durante le manifestazioni di gennaio e febbraio quando le proteste sono state sedate nel sangue. Inoltre, questa milizia è responsabile dell'applicazione della "morale islamica", e nel 2022 è stata coinvolta nell'arresto che probabilmente ha portato alla morte di Mahsa Amini, la giovane donna fermata per aver indossato il velo in modo "scorretto", un evento che ha innescato una massiccia ondata di contestazione nazionale.
Secondo quanto dichiarato dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, l'operazione mira a colpire "il boss dei Guardiani della Rivoluzione, il gruppo di gangster che di fatto governa l'Iran" insieme al "capo della Forza Basij che semina terrore tra la popolazione". Il messaggio è esplicito: Washington e Tel Aviv intendono supportare gli alleati nel Golfo e, contemporaneamente, indebolire il regime nella speranza di creare le condizioni perché il popolo iraniano possa rovesciarlo. Secondo l'agenzia Iran International, organo di stampa dell'opposizione iraniana con sede a Londra, circa trecento membri del Basij sarebbero stati uccisi in una serie di attacchi notturni concentrati sulla Repubblica islamica.
La scelta di colpire i Basij rivela la consapevolezza strategica che il controllo del territorio iraniano passa attraverso il controllo delle piazze. Queste forze paramilitari dispongono di sedi in tutte le principali città del Paese, anche se le loro dimensioni esatte rimangono oggetto di dibattito: le stime variano da novantamila uomini a quasi trecentomila riservisti. Indebolendo questo apparato repressivo, gli attacchi potrebbero teoricamente creare spazi per movimenti di protesta che il regime faticherà a contenere, trasformando così un conflitto essenzialmente militare e regionale in una sfida al potere autoritario dall'interno.