La Commissione europea sta raccogliendo opinioni per modernizzare la direttiva sul copyright del 2019, e tra i 432 pareri giunti figura quello di Google, che porta una critica radicale all'approccio europeo attuale. L'azienda californiana contesta in particolare la pratica diffusa in diversi Paesi—inclusi Italia, Francia e Portogallo—di ordinare il blocco di indirizzi IP, server DNS e reti VPN per combattere la distribuzione illegale di contenuti. Un approccio che Google ritiene non solo inefficace, ma addirittura controproducente.

Secondo l'azienda, questi metodi di "ingiunzione in tempo reale" causano danni significativi al di là degli obiettivi dichiarati. I blocchi al DNS, agli indirizzi IP e alle VPN non eliminano fisicamente i contenuti piratati dal web e possono essere aggirati con relativa facilità utilizzando servizi DNS alternativi. Ancora più problematico: colpiscono servizi completamente legittimi utilizzati da milioni di utenti per scopi leciti. Google cita esempi concreti di "sovra-blocco": in Portogallo sono stati bloccati server virtuali utilizzati da Google stessa e dai clienti di Google Cloud, mentre in Italia la piattaforma Piracy Shield ha accidentalmente reso inaccessibili Google Drive e le infrastrutture di Cloudflare.

L'impatto è ancora più grave perché questi ordini colpiscono interi domini e reti senza discriminazione, sollevando anche questioni di extraterritorialità legale. Il blocco di un indirizzo IP, ad esempio, può interessare centinaia di servizi diversi ospitati sulla medesima infrastruttura, rendendo impossibile per utenti legittimi accedere a siti web e piattaforme perfettamente leciti. Una soluzione, spiega Google nella sua memoria inviata a Bruxelles, che è "sproporzionata" rispetto ai benefici effettivi.

Per affrontare il problema in modo più efficace, Google propone un cambio di rotta. Le ingiunzioni di blocco dovrebbero essere riservate solo ai casi estremi e accompagnate da una supervisione giuridica rigorosa, basate su prove concrete. Inoltre, ritiene inaccettabile che piattaforme private come DAZN e Sky in Italia possano aggirare i meccanismi previsti dal Digital Services Act per segnalare contenuti illegali. Un'altra questione sollevata riguarda i costi: attualmente in Italia il peso economico dell'implementazione grava quasi interamente sui fornitori di servizi Internet, mentre Google suggerisce che questi oneri dovrebbero essere condivisi tra intermediari e titolari dei diritti d'autore.

La posizione di Google riflette una tensione sempre più evidente fra la volontà europea di proteggere la proprietà intellettuale e la necessità di garantire un internet aperto e accessibile. Il dibattito sulla modernizzazione della direttiva copyright rappresenta un momento cruciale per definire quale approccio prevarrà nei prossimi anni. Le raccomandazioni di Google, sebbene provenienti da un attore con interessi commerciali significativi, toccano questioni di principio importanti: l'effettività reale delle misure, il danno collaterale sui diritti dei cittadini e la proporzionalità delle restrizioni digitali.