Un difetto di progettazione nelle schede video più recenti di NVIDIA mette in luce un problema che potrebbe interessare migliaia di utenti: le temperature visualizzate dai software di monitoraggio standard per Windows non corrispondono alla realtà termica dei chip. Le moderne GPU basate su architettura Blackwell sono equipaggiate con un sensore hotspot, uno strumento in grado di misurare il punto più caldo del processore grafico, ma questo dato rimane completamente inaccessibile agli utenti finali e ai programmi di diagnostica convenzionali.

Il caso concreto arriva da un laboratorio che ha analizzato una scheda Gigabyte RTX 5070 Ti affetta da problemi di surriscaldamento. Quando il dispositivo veniva sottoposto a carico, i software di monitoraggio Windows riportavano temperature medie tra i 67 e i 68 gradi centigradi, valori considerati del tutto normali e che non avrebbero dovuto destare preoccupazioni. Tuttavia, quando gli specialisti hanno acceso il MODS (Modular Diagnostics Software), uno strumento diagnostico interno utilizzato da NVIDIA per i controlli di qualità in fabbrica e per le procedure di reso, è emersa una situazione completamente diversa: il sensore hotspot rilevava picchi di temperatura che sfioravano i 107 gradi centigradi, il limite massimo tollerato dalla serie RTX 50. Questo surriscaldamento localizzato costringeva automaticamente la scheda a ridurre le frequenze di funzionamento per proteggersi dai danni, fenomeno noto come thermal throttling.

Sul banco di lavoro, una volta smontato il dissipatore, la causa si è rivelata banale ma critica: il materiale termico utilizzato per trasferire il calore dal chip al sistema di raffreddamento era stato applicato in modo non uniforme. La pasta termica si era concentrata lungo i bordi del die, mentre la zona centrale, proprio quella che produce il maggior calore durante il lavoro, restava quasi asciutta e non riusciva a trasferire efficacemente l'energia termica verso il dissipatore. La soluzione è stata altrettanto semplice: rimuovere la pasta difettosa e applicarne una nuova in modo corretto ha ridotto l'hotspot a 100 gradi, eliminando il problema del throttling automatico.

Ciò che rende la vicenda particolarmente rilevante è il fatto che, senza accesso al sensore hotspot, nessun utente avrebbe mai sospettato un malfunzionamento. Una GPU che sui monitor Windows mostra tranquillamente 67-68 gradi viene percepita come perfettamente sana, mentre in realtà la parte più calda del chip potrebbe essere già al limite critico. Il MODS è uno strumento esclusivo che richiede un ambiente Linux avviato da riga di comando e non è distribuito al pubblico, il che significa che la stragrande maggioranza dei proprietari di queste schede non ha alcun modo di verificare lo stato reale del loro hardware.

La questione che ne emerge supera il singolo episodio di difetto di fabbrica: esiste una discrepanza strutturale tra i dati termici visibili agli utenti e la realtà fisica dei componenti. NVIDIA dovrebbe valutare l'opportunità di esporre il valore del sensore hotspot anche nei software di monitoraggio standard, permettendo agli utenti di identificare autonomamente eventuali problemi di dissipazione prima che si manifestino in cali di prestazioni o danni permanenti al silicio.