Antonio Tajani riaccende i riflettori sulla riforma della giustizia durante un'intervista al telegiornale di Canale 5. Il vicepremier parla di un progetto ambizioso, presentandolo come eredità del pensiero di Silvio Berlusconi, che aveva indicato nella modernizzazione dell'apparato giudiziario una delle priorità per trasformare l'Italia. Secondo Tajani, il momento è opportuno per avviare un cambiamento che restituisca ai cittadini un sistema processuale più equo e trasparente.
Nel merito della proposta referendaria, Tajani illustra i pilastri della riforma: l'eliminazione delle correnti all'interno della magistratura, una ridefinizione dei poteri processuali che garantisca parità tra accusa e difesa, e l'introduzione di un giudice imparziale come arbitro finale. Secondo il vicepremier, questi cambiamenti mirano a restituire dignità e indipendenza alla professione forense, sottraendola alle dinamiche politiche che ne avrebbero caratterizzato il funzionamento dal dopoguerra.
Tajani respinge categoricamente le critiche secondo cui il referendum comporterebbe un rafforzamento dell'influenza politica sulla magistratura. Sostiene invece il contrario: a suo avviso, l'abolizione delle correnti rappresenterebbe proprio il meccanismo per scollegare i giudici dagli interessi dei partiti. Definisce le correnti come «strumenti storici nelle mani della politica» e attribuisce la loro origine alle scelte organizzative del fascismo, in particolare all'unificazione delle carriere voluta da Benito Mussolini.
Il vicepremier conclude ribadendo la necessità di allineare l'ordinamento italiano con gli standard europei. Secondo la sua prospettiva, molti paesi dell'Unione Europea dispongono già di architetture giudiziarie più moderne e sganciate dalle dinamiche politiche domestiche. Il referendum, dunque, rappresenterebbe un'occasione per compiere questo salto qualitativo, avvicinando l'Italia ai maggiori sistemi giudiziari del continente e rafforzando lo stato di diritto.