Al festival internazionale del cinema di Bari, la regista iraniana-canadese Raha Shirazi ha presentato il suo ultimo lavoro documentaristico, uno sguardo crudo sulla condizione femminile in Iran negli ultimi cinquant'anni. Con una prospettiva che mescola impotenza e denuncia, Shirazi ha commentato la situazione attuale del Paese affermando che per la popolazione iraniana poco importa se a causare sofferenza sia il regime teocratico interno oppure forze esterne: il dolore rimane identico. Ha citato come esempio le circa 25.000 persone morte durante le proteste di gennaio, sottolineando come gli iraniani rimangono vittime indipendentemente dalla fonte della violenza.

Nel corso dell'evento, la regista ha riflettuto sulla speranza tradita legata al possibile cambio di governo. Ha descritto un quadro complesso in cui da un lato esiste un regime caratterizzato da brutale repressione, dall'altro si trovano forze che potrebbero avere obiettivi meno chiari di quanto sembri. Secondo Shirazi, il popolo iraniano, che ha cercato per 47 anni l'aiuto del mondo occidentale senza ricevere risposte concrete, giustamente diffida di promesse di liberazione che potrebbero celare altri intenti geopolitici.

'A War on Women' è un'opera ambizioso che intreccia materiale d'archivio affascinante per raccontare il percorso di resistenza attraverso quattro generazioni di donne iraniane che hanno sfidato il sistema teocratico. Il film mette in contrasto l'Iran relativamente secolarizzato dell'era dello Scià con il Paese trasformato dopo la rivoluzione islamica del 1979. La Shirazi ha spiegato che l'intento era documentare quanto profonde e antiche siano le radici della lotta femminista iraniana, e come questo movimento non fosse limitato a una cerchia ristretta ma attraversasse diverse classi sociali e settori professionali.

Il documentario presenta una serie di storie di donne che hanno pagato un prezzo altissimo per aver cercato libertà di scelta e dignità personale: Nika, Sarina, Hananeh, Aida, Amini e Mehrshad figurano tra i volti di chi è stato vittima della repressione. Particolarmente straziante è la testimonianza di Leyla, una bambina venduta dalla propria madre all'età di otto anni a un uomo sessantenne. Costretta ad abbandonare gli studi per essere sfruttata sessualmente, la ragazza ha subito violenze anche dai familiari. Quando il caso arrivò in tribunale, il magistrato condannò i fratelli a 74 frustrate, ma riservò alla vittima la sentenza capitale 'in virtù della confessione del crimine'.

Il progetto, sostenuto da una coproduzione internazionale che include Rosamont, Doppio Nodo Double Bind, Eolo Film Productions, Minerva Pictures, Luce Cinecittà e Rai Cinema, arriverà nelle sale italiane nelle prossime settimane tramite la distribuzione Filmclub. Un'opera che si propone di dare voce a chi è stato silenzioso e dimenticato, contribuendo a mantenere accesi i riflettori su una crisi umanitaria che continua a colpire in particolare le donne iraniane.