Una stagione politica che continua a vivere nei ricordi e nei legami personali di chi l'ha attraversata. È questa la riflessione che emerge dall'intervista rilasciata a Formiche.net da Ortensio Zecchino, ex ministro che ha condiviso con Paolo Cirino Pomicino anni di attività parlamentare e battaglie comuni. Nel tracciare il profilo dell'ex deputato campano e protagonista della corrente andreottiana, Zecchino dipinge il ritratto di un uomo straordinario, segnato da sofferenze personali ma mai domo, capace di coniugare la più autentica napoletanità con una visione politica complessiva.

Secondo Zecchino, Pomicino incarnava la figura del "combattente" nel senso più nobile del termine. "Negli ultimi anni della sua vita è stato prostrato da molte malattie, ma non ha mai capitolato", ricorda l'ex senatore, sottolineando come la vera eredità di Pomicino risieda nella sua straordinaria capacità di resistenza morale. "Era una qualità umana rara, che merita ammrazione autentica". I due mantennero per decenni un rapporto solido pur non sempre convergendo: Zecchino dalla Camera dei Senatori, Pomicino da quella dei Deputati, entrambi dalla Campania, spesso collaborando per questioni territoriali. La personalità di Pomicino risaltava per l'estroverso, diretto e genuino approccio alla politica, caratteristiche che lo rendevano immediatamente riconoscibile negli ambienti parlamentari.

Il momento di maggiore convergenza arrivò proprio alla dissoluzione della Democrazia cristiana e del Partito Popolare italiano. Zecchino scelse di votare contro il cambio di rotta progressista del partito, ritenendolo un errore storico. Fu in quel periodo che Giulio Andreotti, con cui Zecchino condivideva un rapporto speciale, lo contattò per ringraziarle di aver votato contro l'autorizzazione a procedere nelle indagini a suo carico. Un riconoscimento suggellato da una cena presso l'hotel Minerva, dove era presente anche Michail Gorbaciov. In quella fase delicata, quando Andreotti ottenne il proscioglimento, i tre tentarono una nuova avventura con la fondazione di Democrazia Europea, pur con i vincoli che impedivano a Pomicino di una candidatura ufficiale a causa di inchieste in corso.

La creatura politica Democrazia Europea si rivelò un'esperienza affascinante ma non risolutiva, superando di poco la soglia del 4% alle elezioni. Durante questi tentativi di ricostruzione, vennero anche avviati dialoghi con la Chiesa attraverso il cardinale Camillo Ruini, ma le gerarchie ecclesiastiche avevano ormai intrapreso percorsi differenti. In tutto questo periodo Pomicino rimase fedele al suo ruolo, difendendo con passione la storia e l'eredità della Democrazia cristiana, non scendendo a compromessi sulla propria fedeltà ai valori che l'avevano sempre guidato, neppure quando il progetto di cui era parte non riuscì a conquistare il consenso necessario per affermarsi.