Una sentenza della Corte di Cassazione ha ribaltato completamente l'esito del procedimento che vedeva coinvolta una badante accusata di circonvenzione d'incapace nei confronti di un anziano affetto dal morbo di Parkinson. La suprema corte ha infatti annullato le condanne precedentemente inflitte nei gradi di giudizio inferiori, dichiarando legittima la donazione di seicentomila euro che l'assistente aveva ricevuto dal suo datore di lavoro.

Il caso ha avuto origine a Grosseto, dove i figli dell'uomo anziano avevano intentato un'azione legale sostenendo che la badante avesse approfittato della presunta fragilità mentale del padre per estorcergli una somma considerevole. In primo grado e successivamente in appello, i tribunali avevano accolto la tesi dei ricorrenti, riconoscendo il reato contestato e condannando l'imputata.

La Cassazione ha però ritenuto questa ricostruzione infondata. Secondo i magistrati della corte suprema, gli elementi probatori prodotti non sarebbero sufficienti a dimostrare l'effettivo deficit cognitivo della vittima presunta. Senza questa prova cruciale, il capo d'imputazione di circonvenzione d'incapace non può reggersi, ha stabilito la corte. Il trasferimento di denaro, dunque, deve essere considerato un atto volontario e lecito dell'anziano.

La decisione rappresenta un punto di svolta significativo nella causa, scardinando completamente le conclusioni raggiunte dai giudici di merito e ponendo fine al procedimento penale con l'assoluzione virtuale della badante. La sentenza solleva tuttavia importanti questioni circa la tutela degli anziani vulnerabili e i criteri di valutazione della loro capacità di discernimento nei contratti patrimoniali.