La storia del calcio a Napoli inizia dal mare, proprio come accadde in altre città portuali italiane. Furono i marinai britannici, sbarcando dalle navi ormeggiate nei principali scali marittimi – Genova, Livorno, Palermo e naturalmente Napoli – a portare con sé questa disciplina ancora poco conosciuta nella penisola. Non si trattava soltanto di una pratica sportiva, ma di un vero trasferimento culturale: insieme alle regole del gioco, gli equipaggi inglesi trasmettevano la passione e lo spirito che contraddistinguevano il pallone nella madrepatria.
A Napoli, lo spazio dove questa passione trovò i suoi primi campi fu il Mandracchio, denominazione napoletana del termine spagnolo mandrache, che indicava una darsena. Situato nel porto dei pescatori in prossimità della chiesa di Portosalvo, dove sorgeva l'antico porto greco-romano, il Mandracchio rappresentò di fatto il primo "stadio" della città partenopea. Qui si svolsero gli incontri tra gli equipaggi delle imbarcazioni inglesi, tracciando i primissimi solchi di quella che sarebbe diventata una passione travolgente.
Le prime testimonianze documentate di confronti calcistici organizzati risalgono a sfide tra i soci dei club nautici locali. Il primo resoconto ufficiale comparve sulle pagine de Il Mattino il 23 marzo 1896 con un articolo sobrio dal titolo generico "Una partita di football", a cui il giornale dedicò soltanto ventiquattro righe senza particolare entusiasmo. L'incontro si era disputato presso la sede della Ginnastica Partenopea, in località Reclusorio, vedendo fronteggiarsi i soci della Società Canottieri Italia e quelli della Partenopea.
Secondo quanto riportato dalla cronaca dell'epoca, ciascuna delle due squadre schierò dieci giocatori che diedero prova di notevole bravura nel nuovo gioco, consistente nel far avanzare una palla verso la porta avversaria principalmente mediante calci. La sfida si protrasse per oltre due ore, divisa in quattro tempi intervallati da brevi pause. I nomi che emergono dalla relazione sono quelli di De Conciliis e dei fratelli La Manzio dalla Partenopea, mentre per l'Italia si distinsero Massei, Salvati e Kernot. A dirigere la contesa furono Attanasio, Frasca, Pinto, Coppola e Colmann. Significativamente, il cronista non annotò alcun risultato finale, il che suggerisce un pareggio: proprio per questo motivo fu programmata una seconda sfida destinata a incoronare il vincitore definitivo.
In quegli anni Napoli era tuttavia attratta soprattutto da altri sport. La scherma godeva di particolare considerazione tra l'élite cittadina, con l'Accademia napoletana che, fondata nel 1861 come seconda in Italia, inviava già i suoi atleti alle Olimpiadi del 1920. Nel 1884 nacque la sezione napoletana dell'Unione italiana tiro a segno sotto la presidenza di Nicola Amore, sindaco della città, con campi situati ad Agnano. Solo successivamente, a partire dagli anni Venti, il tiro al piccione avrebbe conquistato sempre maggiore popolarità tra gli appassionati campani.