La discussione sulla minaccia rappresentata da Teheran non riguarda soltanto la legittimità di contrastare un regime autoritario, bensì le modalità concrete attraverso le quali conseguire questo obiettivo. Secondo l'analisi di Gianfranco Polillo, è su questo terreno tattico e strategico che emergono le obiezioni più fondate alle politiche dell'amministrazione Trump, sebbene le critiche debbano mantenersi nell'ambito di un dibattito tra alleati, evitando di rafforzare involontariamente i regimi più repressivi del pianeta - da Mosca a Pechino, da Teheran a Pyongyang.

Su un piano strettamente etico-politico, il quadro appare nitido: nella competizione secolare tra l'Islam sciita e quello sunnita, il secondo mantiene il vantaggio numerico e geopolitico. La teocrazia iraniana rappresenta dunque un'entità da contrastare. Tuttavia, non è possibile ignorare le responsabilità di componenti significative del mondo sunnita: le correnti wahhabita e salafita, rafforzatesi enormemente dopo l'intervento americano in Iraq del 2003 (che portò alla caduta di Saddam Hussein), hanno generato prima Al-Qaeda di Osama bin Laden, successivamente l'organizzazione terroristica dello Stato islamico sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi.

Tra questi due schieramenti esiste una disparità strutturale evidente. Da un lato si trovano formazioni armate, per quanto sostenute economicamente e militarmente da alcuni Paesi arabi, prive di una base statale vera. Dall'altro lato emerge l'Iran vero e proprio: uno Stato con circa 92 milioni di abitanti, una superficie superiore a 1,7 milioni di chilometri quadrati - più di cinque volte l'Italia - e un prodotto interno lordo di 356,5 miliardi di dollari nel 2025, equivalente al 60 per cento di quello israeliano. Soprattutto, possiede un apparato finanziario capace di sostenere una strategia di potenza a livello regionale. Secondo il rapporto del Fondo Monetario Internazionale del 2018, le entrate derivanti dal petrolio coprono circa la metà delle risorse di bilancio dello Stato.

Grazie a questa solidità economica, Teheran ha costruito una rete di influenza che si estende territorialmente in quattro direzioni: verso la Palestina attraverso Hamas, nel Libano grazie a Hezbollah, in Iraq tramite milizie a composizione sciita, nello Yemen per mezzo dei ribelli Houthi. Ufficialmente questi attori condividono l'obiettivo dichiarato della distruzione dello Stato israeliano. Tuttavia, l'ambizione sottesa risulta ancora più vasta: strappare il comando religioso dalle mani dei sunniti e conquistare l'egemonia su tutto il mondo islamico, proiettando l'autorità della Guida suprema fino alla stessa Mecca, dopo aver sconfitto la monarchia saudita wahhabita. Un disegno perseguito con perseveranza nel corso degli anni, accompagnato dallo sviluppo simultaneo di apparati militari considerevoli e di strutture repressive domestiche.