La situazione geopolitica in Iran sta producendo effetti paradossali sulla lotta ai cambiamenti climatici. Mentre il presidente americano Donald Trump continua a promuovere politiche scettiche sul clima, i recenti scontri nella regione hanno innescato una dinamica che potrebbe favorire la rivoluzione verde su scala mondiale.
Tutto è iniziato quando la Repubblica islamica ha bloccato il traffico nello Stretto di Hormuz, il cruciale passaggio marittimo attraverso cui transita il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio e il 20 per cento delle forniture di gas naturale liquefatto. Gli attacchi iraniani con droni e missili contro impianti petroliferi e gasiferi hanno provocato un'impennata verticale dei prezzi: il barile è balzato da circa 70 dollari a oltre 100, con conseguenti rialzi anche nel settore del gas naturale. I paesi arabi hanno provato a contenere l'impatto deviando carburante attraverso gasdotti e oleodotti alternativi, ma gli analisti prevedono che i prezzi rimarranno elevati ancora a lungo.
Secondo il think tank Ember, anche qualora il prezzo del petrolio si stabilizzasse intorno agli 85 dollari al barile durante l'anno, il costo aggiuntivo per i paesi dipendenti dai combustibili fossili ammonterebbe a circa 240 miliardi di dollari. Tuttavia, c'è uno spiragli di speranza: una massiccia espansione dell'energia solare ed eolica, insieme all'adozione su larga scala di veicoli elettrici e pompe di calore, potrebbe ridurre questa cifra di circa il 70 per cento.
"Questo conflitto rappresenterà quasi sicuramente un catalizzatore per la transizione energetica globale", spiega Sam Butler-Sloss di Ember. "Con i prezzi alle stelle e la crescente consapevolezza di quanto sia fragile un sistema costruito sui combustibili fossili, diventa sempre più urgente per i governi cercare fonti di energia più stabili e sicure. E il sole e il vento sono risorse abbondanti in praticamente ogni angolo del pianeta".
La crisi iraniana avrà probabilmente conseguenze ancora più profonde rispetto all'invasione russa dell'Ucraina del 2022, che aveva comunque spinto l'Europa a diversificare le proprie fonti energetiche. Da quel momento, la capacità annuale di installazione di pannelli solari nell'Unione europea è più che raddoppiata, mentre nel Regno Unito ha registrato un incremento di circa il 65 per cento. Anche l'eolico ha continuato la sua crescita costante, e oggi le energie rinnovabili coprono il 45 per cento della capacità energetica mondiale.
A rischiare di più dalla situazione è l'Asia, che dipende dallo Stretto di Hormuz per il 70 per cento dei rifornimenti di petrolio e gas di paesi come Giappone e Corea del Sud, e per il 33 per cento del gas naturale di Taiwan. L'India riceve metà delle sue importazioni di petrolio e gas naturale dalla medesima rotta, con conseguenze già visibili: alcuni ristoranti hanno dovuto ridurre i menù per carenza di gas da cucina. Per molti analisti, il continente asiatico sta vivendo il suo momento critico, simile a quello europeo durante la crisi ucraina, il che potrebbe spingere la regione a investimenti massicci in fonti rinnovabili nel prossimo futuro.