La strategia condivisa da Trump e Netanyahu per destabilizzare l'Iran dalla dentro è fallita clamorosamente. Secondo quanto riferisce il New York Times sulla base di conversazioni riservate con una decina di funzionari americani e israeliani, lo scopo originario era scatenare un'insurrezione popolare che potesse abbattere il governo di Teheran nel corso delle operazioni militari in corso. Un calcolo politico che si è rivelato profondamente errato.

A concepire questo piano era stato il capo dello spionaggio israeliano David Barnea, il quale lo aveva presentato a Netanyahu prima del 28 febbraio e successivamente all'entourage dell'Amministrazione Trump durante una missione a Washington a metà gennaio. Mentre numerosi analisti americani e alcuni esperti dei servizi segreti israeliani mostravano scetticismo sulla fattibilità dell'operazione, sia il premier israeliano che il presidente americano avevano mostrato ottimismo. La loro convinzione era che l'eliminazione dei vertici iraniani avrebbe creato il caos interno necessario per far crollare il sistema.

I fatti hanno raccontato una storia completamente diversa. Anziché implodere, il regime ha reagito blindandosi ulteriormente e alzando il livello della repressione verso chi contestava il governo. Lo dimostra la sanguinosa repressione di gennaio contro i manifestanti antigovernativi, descritta come la più brutale della storia della Repubblica islamica, con centinaia di oppositori massacrati per le strade. E mentre i combattimenti continuano, Teheran procede spedita con le condanne a morte e le esecuzioni nei confronti di chi aveva partecipato alle sommosse interne.

La scorsa settimana sono stati impiccati tre uomini condannati per l'uccisione di due poliziotti durante i disordini di gennaio. Il magistrato Hamzeh Khalili, primo vice capo della magistratura, ha confermato che "i casi dei terroristi e dei rivoltosi sono stati giudicati, le sentenze sono definitive e verranno eseguite senza concessioni di clemenza". Le organizzazioni internazionali per i diritti umani, come Hengaw, denunciano che gli esecutivi stanno accelerando le condanne a morte verso detenuti politici e manifestanti, sfruttando il momento di pressione militare internazionale per consolidare il controllo.

Questa dinamica rappresenta un rovesciamento totale delle aspettative occidentali: mentre i calcoli strategici americani e israeliani contavano su una delegittimazione rapida del regime attraverso il malcontento interno, l'effetto reale è stato il rafforzamento della presa di ferro della leadership iraniana sulla popolazione. Il regime, sotto pressione esterna, ha trovato la giustificazione ideale per liquidare i suoi avversari politici interni con il pretesto della sicurezza nazionale.