La capitale spagnola ospita un progetto espositivo che reinterpreta il modo in cui percepiamo e raccontiamo la guerra. Roman Khimei e Yarema Malashchuk, due artisti provenienti dall'Ucraina, presentano al Museo Nacional Thyssen-Bornemisza la mostra 'Pedagogies of War', curata da Chus Martinez e realizzata in collaborazione con TBA21. Un'esposizione che affronta un tema purtroppo contemporaneo con uno sguardo radicalmente diverso da quello a cui siamo abituati.

L'operazione artistica si rifà a una tradizione intellectuale risalente al 1955, quando Bertolt Brecht pubblicò 'Kriegsfibel', un lavoro che accostava fotografie di guerra tratte dalla stampa a brevi componimenti poetici. La proposta di Brecht non mirava a rappresentare direttamente le battaglie, ma piuttosto a leggere criticamente le immagini che le circondano: dettagli marginali, momenti della vita ordinaria, conseguenze indirette dei conflitti che ne rivelano le implicazioni più profonde. Lo scrittore tedesco creò così una pedagogia dello sguardo capace di mostrare la guerra nei suoi molteplici livelli di manifestazione, in quello spazio che il teorico Harun Farocki descrisse come ciò che accade tra un'immagine e l'altra.

Khimei e Malashchuk raccolgono questa eredità culturale attraverso pratiche contemporanee. Ricorrono a reenactment, installazioni video e un'attenta osservazione delle condizioni dell'esilio moderno per interrogare i modi in cui la guerra viene percepita, conservata nella memoria e trasformata in narrazione. Il loro approccio si distingue nettamente dal reenactment storico tradizionale, che tende a glorificare i conflitti con immagini cariche di eroismo. Al contrario, il lavoro dei due artisti la presenta come un sottofondo costante della contemporaneità: attraverso gesti minimi, scene domestiche e immagini sospese che ne rivelano l'esistenza senza mai spettacolarizzarla.

Questa esposizione rappresenta un intervento artistico significativo nel panorama culturale internazionale, offrendo una prospettiva che capovolge le convenzioni rappresentative. Anziché monumentalità e grandiosità, la mostra propone un'indagine intima sui meccanismi attraverso i quali la violenza penetra nell'ordinarietà dell'esistenza, modellando le nostre percezioni e i nostri ricordi. Per gli spettatori che si troveranno di fronte alle opere di Khimei e Malashchuk al Thyssen-Bornemisza, il risultato sarà un'esperienza di consapevolezza critica: quella stessa consapevolezza che Brecht intendeva trasferire ai lettori del suo capolavoro circa settant'anni fa.