Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha accolto con soddisfazione l'esito del referendum sulla riforma della magistratura tenuto il 23 marzo 2026. Dal suo ufficio al palazzo della Procura partenopea, il magistrato che da tre decenni vive sotto protezione armata ha commentato il prevalere del No, sottolineando come rappresenti una chiara manifestazione della vigilanza democratica della società civile italiana sui temi istituzionali più delicati.
Gratteri, che ha assunto una posizione netta e pubblica contro la riforma pur ricevendo numerosi attacchi personali nel corso della campagna, ha definito il suo impegno come «una scelta consapevole e una presa di posizione a difesa della Costituzione e dell'equilibrio tra i poteri dello Stato». La partecipazione al voto ha raggiunto il 59 per cento, segnalando un coinvolgimento significativo dell'elettorato nel pronunciarsi su una questione che tocca il cuore del sistema giudiziario nazionale.
Il magistrato napoletano ha voluto precisare che l'esito referendario non rappresenta una chiusura verso le innovazioni del sistema giudiziario. «Rifiutiamo il metodo proposto, non l'idea stessa di cambiamento», ha dichiarato, aggiungendo che la giustizia italiana necessita effettivamente di riforme profonde capaci di ridurre la durata dei procedimenti e ottimizzare l'efficienza complessiva dell'apparato.
Secondo Gratteri, le modifiche normative devono però essere elaborate attraverso un percorso caratterizzato da «responsabilità, competenza e rispetto pieno dei diritti». Ha insistito nel ritenere che l'efficienza giudiziaria non debba mai costituire un pretesto per erodere le garanzie fondamentali che proteggono i cittadini e il corretto esercizio della giurisdizione.
La posizione di Gratteri si colloca all'interno di un dibattito più ampio riguardante l'architettura istituzionale italiana e il ruolo della magistratura. La sua interpretazione del risultato referendario enfatizza come l'elettorato abbia espresso una preferenza per il mantenimento di equilibri costituzionali consolidati, almeno finché le future proposte di riforma non dimostreranno di essere costruite su fondamenti più solidi e condivisi.